di Silvia Benaglia
Settembre 2025
Ci sono nomi che sono incredibilmente evocativi, anche se non li sai nemmeno ben localizzare su una cartina geografica. Samarcanda per me era uno di questi. Mi immaginavo carovane e predoni. Così quest’anno l’Uzbekistan è stato scelto come meta per il nostro consueto cicloviaggio e il 10-9 siamo partiti col nostro quartetto ben collaudato (io, S, LS e O), con una novità: io e S. avremmo guidato un tandem.
Il volo della Turkish Airlines è atterrato con 2 ore di ritardo, ma le formalità doganali sono state abbastanza rapide e alle 7 eravamo già a fare colazione davanti al Registan, il cuore di Samarcanda. L’impatto del Registan è notevole: le 3 madrase che chiudono l’ampia spianata regalano un colpo d’occhio superbo e le decorazioni in stile islamico sono meravigliose.
All’interno si trovano numerosi negozietti che vendono di tutto, dalle sciarpine di seta a piccoli acquarelli, dal vasellame alle giacche. Ci siamo poi spostati nella parte russa della città per visitare il Mausoleo di Tamerlano che mi sono goduta poco per la grande folla che lo gremiva. E poi siamo tornati in albergo per rimontare le bici. Avevamo scelto il Tilyakori Hotel, situato proprio alle spalle del muro che chiude il Registan: è una casa tipica con un piccolo cortile interno; il personale è molto cortese, ci ha organizzato il transfert da e per l’aeroporto, ci ha tenuto le scatole delle bici per tutta la durata del viaggio e parla inglese.
Il giorno dopo siamo partiti in sella e una volta usciti da Samarcanda, ci siamo trovati nelle campagne.

Infatti cerchiamo sempre di percorrere il meno possibile le strade a scorrimento veloce, anche se questo significa fare più chilometri. Abbiamo quindi percorso strade secondarie tra magri campi ai bordi dei quali pascolavano mucche ancora più magre. Era divertente curiosare dentro ai portoni e scoprire giardini rigogliosi e panni stesi. Abbiamo incontrato un altro cicloviaggiatore proveniente dal Marocco e l’abbiamo ritrovato con sorpresa nel luogo scelto per campeggiare, vicino a un lago che però purtroppo si era molto ritirato e quindi non era di facile accesso. Per fortuna però avevamo tutta l’acqua necessaria.
La tappa successiva era breve e abbiamo dovuto percorrere anche un tratto di autostrada ai bordi della quale c’erano numerose donne che vendevano delle mele.
Siamo arrivati a Jizzak nelle prime ore del pomeriggio e abbiamo alloggiato in un ostello situato in un campus universitario, il Milliy Hostel. Era molto economico (6€ a persona), ma anche molto spartano con la cucina senza pentole, le docce fredde e i bagni sporchi. Il nostro host però era molto gentile. Ci ha detto che a Jizzak non c’è nulla da vedere, ma è famosa per i somsa e ci ha portato a mangiarli: sono delle specie di fagottini ripieni di carne d’agnello e cipolle delicatamente speziati e che vengono serviti con una salsa di pomodoro fresco. Davvero deliziosi.
La terza tappa per me è stata la più faticosa di tutte per i molti km lungo una strada asfaltata così male che spesso era più confortevole pedalare sullo sterrato adiacente. Inoltre per tutto il giorno abbiamo dovuto fare i conti con un forte vento contrario e i continui saliscendi non hanno aiutato. Il paesaggio era abbastanza monotono: dopo i primi chilometri attraverso dei campi di cotone, ci siamo addentrati nella steppa, una landa arida desolata che si stendeva a perdita d’occhio. Verso la fine della giornata abbiamo deviato verso le montagne e paradossalmente gli ultimi chilometri, anche se in salita, sono passati velocemente. Abbiamo dormito presso Sayyod Yurt Camp nelle montagne, in un luogo incantevole e verdeggiante che sembrava un miraggio dopo la giornata nella steppa e che invitava a una sosta per esplorare i dintorni. Le yurta erano pulite, confortevoli e decorate con strisce di stoffa; il personale gentile e il cibo buono, anche se la cena non era particolarmente abbondante.
Il giorno dopo siamo partiti in discesa e la giornata è iniziata con 2 guasti meccanici: O. ha avuto un problema con il freno anteriore (e viaggerà con solo quello posteriore praticamente fino a Bukhara) e si è rotta una vite del portapacchi anteriore del tandem che è stato riparato con il solito accrocchio di fil di ferro e fascette da elettricista. Anche oggi tanti chilometri sulla stessa strada di ieri nella steppa, sempre contro vento. A pranzo ci hanno regalato un melone e poco dopo abbiamo abbandonato l’asfalto per dirigerci verso il lago di Aydar.
Eravamo completamente soli nella steppa. Abbiamo incontrato solo un paio di greggi di pecore e un gruppo di cammelli. Le mappe non erano precise e spesso abbiamo dovuto fermarci e tornare indietro. Inoltre S. ha cominciato a non stare bene e passata l’ultima manciata di case di fango, la strada ha cominciato a farsi sabbiosa e il tandem affondava per cui abbiamo dovuto scendere a spingerlo faticosamente. Intanto il tempo passava e la luce iniziava a farsi più morbida, verso il tramonto. Abbiamo mandato avanti O che, con la MTB, era quello che riusciva ad avanzare più spedito, chiedendo che qualcuno venisse almeno a prenderci le borse. Nel frattempo si era fatto buio. Quando abbiamo visto i fari di un’auto venire verso di noi, ci è sembrato davvero un miraggio. Ovviamente l’autista non parlava una parola comprensibile, ma eravamo così stremati, che gli abbiamo consegnato le borse. Quando lo abbiamo visto scomparire nella direzione opposta, mi è venuto lo sconforto: o stavamo andando nel posto sbagliato (e a quel punto io non avevo più le forze per andare da nessuna altra parte) o eravamo stati derubati come dei deficienti. Mi sono seduta a bordo strada e ho pianto. Invece dopo poco l’auto è ricomparsa e ci ha scortato fino all’Oxus Adventure Yurt Camp, un piccolo gruppo di chalet di legno. S. aveva la febbre ed è andato a letto praticamente senza cena. Noi ci siamo fatti la doccia e siamo andati a cena dove ci hanno servito del pesce fritto freddo che, forse per la stanchezza, non sono riuscita a mangiare.
La notte è trascorsa abbastanza tranquilla, in compagnia di un gatto che era riuscito a intrufolarsi nel nostro chalet e che aveva deciso di dormire nel mio letto.
Il mattino dopo S. aveva ancora la febbre e la diarrea per cui abbiamo deciso di fermarci lì. La giornata è trascorsa pigra: O. ha fatto manutenzione alle bici, io ho scritto e sono andata a fare 2 passi nei dintorni. Il luogo è davvero molto bello: proprio in riva al lago di un bell’azzurro, con una piccola spiaggia dove ci si può rilassare su un dondolo e dietro la collina si trova un gruppo di yurte abbandonato.
Verso sera S. stava meglio. Abbiamo deciso di cucinarci la cena sfruttando il cibo che avevamo preso a Jizzak in vista della successiva notte in tenda e ci siamo fatti organizzare un transfert per il giorno dopo. Purtroppo i tempi erano stretti e contati e non c’era alternativa. Eravamo un po’ preoccupati per il trasporto bici, invece il driver sapeva il fatto suo e le ha caricate bene su un furgoncino. Ci siamo fatti lasciare a una fermata dell’autobus a una trentina di chilometri da Nuorata dove siamo arrivati rapidamente senza problemi.

Nuorata è fatta da case basse e strade strette. E’ una meta di pellegrinaggio per la presenza di una sorgente sacra e quindi ha una grande moschea alle spalle della quale, sopra la collina, sorgono le rovine di un castello che si dice che risalga ai tempi di Alessandro Magno. Il sito è molto trascurato e del castello è rimasto davvero poco, ma salirvi nella luce morbida del pomeriggio regala belle sensazioni. Alloggiavamo presso il Riad Nur & Tour, una bella guest house il cui proprietario organizza anche diverse attività. Per cena ci hanno servito dei buonissimi manti (ravioli); poi abbiamo acquistato alcuni articoli in cotone ricamati dalle donne del posto e fatto conversazione con un vecchio fotografo che ci ha mostrato con orgoglio la sua attrezzatura. Mi è sembrato un momento molto vero.
La tappa successiva ci ha portato a Navoiy. Come al solito abbiamo lasciato il prima possibile la strada principale per addentrarci in una valletta laterale ingentilita dal verde delle fattorie, piccole oasi nel brullo della steppa. Ad un certo punto dovevamo proprio lasciare l’asfalto per valicare le montagne. Mentre stavamo facendo una pausa mangiando qualcosa, si sono fermate 2 auto i cui conducenti hanno cercato in tutti i modi di convincerti che il modo migliore per andare a Navoiy fosse tornare esattamente da dove venivamo. Ma noi non gli abbiamo dato retta e abbiamo proseguito seguendo la nostra traccia. La salita non è stata particolarmente difficile, anche se abbiamo dovuto spingere per un breve tratto finale perché si faceva troppo ripida e, una volta in cima, si godeva di un bellissimo panorama. Inoltre, appena iniziata la discesa, ci si sono parati davanti alcuni alberi secolari cresciuti attorno a una sorgente. Un luogo inaspettato e dal grande fascino. La discesa proseguiva dapprima in un bel canyon e poi in una valle più aperta dove siamo stati fermati da un altro terzetto di uomini. Uno ha abbracciato O., mentre un altro ha tirato i baffi di S. per vedere ser erano veri. Il contatto con la gente è stata la parte più divertente di tutto il viaggio: tutti volevano offrirci qualcosa, parlare con noi (anche se non sapevano l’inglese e noi ovviamente non sapevamo l’uzbeko), farsi delle foto insieme.
Un’ultima risalita e poi discesa fino a Novoiy che non ha proprio nulla da offrire essendo composta da palazzoni dell’epoca sovietica. Eravamo alloggiati all’Art Hotel, un residence moderno e ben accessoriato (c’era addirittura la lavatrice) per cui abbiamo potuto cucinarci un buon piatto di pasta che ci ha dato le energie necessarie per affrontare i 110km che ci avrebbero condotto a Bukhara.
Questa è stata proprio una tappa di trasferimento, senza nessun fatto degno di nota e alla fine eravamo così stanchi che abbiamo evitato la breve deviazione che ci avrebbe portato a vedere il Palazzo del Sole e della Luna. L’ingresso in città invece è stato carino perché siamo arrivati nella piazza principale proprio mentre era in corso una specie di sfilata con draghi di cartapesta e musica di tamburelli. Bukhara viene definita la Roma dell’est ed è ovviamente gremita di turisti, ma a me è piaciuta. Per cena siamo andati a un ristorante un po’ fuori dal centro specializzato in plov, che è uno dei piatti più tipici dell’Uzbekistan: una specie di riso pilaf servito con carne e verdure, agrodolce e delicatamente speziato.
Proprio il genere di ricetta che amo.
Il giorno dopo ce lo siamo tenuti per visitare Bukhara. La piazza centrale con i tavolini attorno alla grande vasca d’acqua all’ombra dei gelsi è romantica ed esotica. Mi è piaciuto girovagare per i caravanserragli pieni di negozietti e perdermi nel bazar, che è decisamente poco turistico, ma è sterminato. Mi è piaciuto il fatto che alcune moschee e madrase non siano ancora ristrutturate: mi ha permesso di farmi un’idea di come doveva essere la città prima dell’intervento dei russi. Quello che mi è piaciuto meno è stata la fortezza (Ark) che ospita una specie di museo etnografico e di storia naturale che però ho trovato banale.
L’indomani siamo rimontati in sella. Abbiamo fatto una breve deviazione per visitare il mausoleo di Bakhautdin Naqshaband che secondo me merita davvero. E’ un luogo sacro (Bakhautdin Naqshaband è un santo importante per i mussulmani; dall’idea che me ne sono fatta era una via di mezzo tra S. Benedetto e S. Francesco) per cui è necessario andarci vestiti in maniera adeguata. Io ero in calzoncini corti e mi è stata data dalle guardie una palandrana blu. Il complesso ha un bel giardino centrale con un albero secolare, una vasca d’acqua sacra e 3 moschee, oasi di pace. Da lì il resto della tappa si è svolto quasi integralmente lungo una specie di autostrada. Per fortuna c’erano dei lavori, per cui le auto erano deviate sulla carreggiata di sinistra con doppio senso di marcia e noi avevamo la carreggiata di destra tutta per noi, una specie di gigantesca ciclabile. In Italia sarebbe stato impensabile, invece qui, anche nei tratti dove c’erano gli operai al lavoro, venivamo accolti con grandi sorrisi e ci lasciavano proseguire. Verso sera ci siamo inoltrati nelle campagne. Avevamo individuato dalla cartina un posto dove campeggiare nei pressi di un fiume. Lì vicino c’era una piccola fattoria e siamo andati a chiedere il permesso di piantare la tenda.
La donna e i 3 figli ci hanno accolti festosamente. Lei non faceva che telefonare ad amici e conoscenti per parlare di noi. Intanto stava venendo buio e noi non sapevamo come uscire dall’impasse per montare il campo e cucinare prima che fosse troppo tardi. Alla fine ci siamo riusciti, aiutati dai 2 figli minori, il più piccolo con una faccia simpaticissima da vera teppa. Sono tornati più volte ad accertarsi che stessimo bene, che avessimo tutto il necessario e ci hanno anche offerto dei dolcetti.
La tappa dopo ci ha portato a Qarshi tra steppa (che qui è più verde di quella trovata a Nord, con dei piccoli cespugli) e campi di cotone, mera tappa di trasferimento senza eventi degni di nota.

Qarshi non ha molto da offrire: la madrasa femminile oggi accoglie degli uffici e la moschea annessa è stata trasformata in un museo sulla repressione russa. Il ponte è carino, ma si visita in pochi minuti. Eravamo alloggiati all’hotel Afsona che si è rivelato confortevole, ma abbiamo dovuto pagare una tariffa più alta di quella segnalata su booking.com
Il giorno dopo però la partenza è stata lenta, tra la spesa al bazar dove siamo diventati l’attrazione principale in pochi minuti e la sosta in banca per prelevare. La tappa è stata sovrapponibile alla precedente e nel tardo pomeriggio siamo arrivati al lago Balandchayla formato da una lunga diga che fa sì che le acque si distendano nella campagna circostante. Anche qui il lago è molto più piccolo di quello che sembra sulle carte, tanto che per raggiungerlo in parte abbiamo attraversato dei campi coltivati. Però è un luogo molto suggestivo. Abbiamo montato il campo in una specie di laguna, abbiamo assistito a un bellissimo tramonto e, quando è venuto buio, le acque immote riflettevano le stelle e sembrava di stare sospesi nel firmamento.
La mattina dopo abbiamo scoperto che una famiglia stava facendo colazione a breve distanza dalle nostre tende e il padre è venuto a offrirci una specie di gnocco fritto che, spalmato col latte condensato, ci ha fornito le energie necessarie per pedalare verso Shakhribsaz, la città verde di Tamerlano.

Visto che verso l’ora di pranzo eravamo in un paesino ed io non ne potevo più di pranzare con pomodori e formaggio che sembrava plastica, ci siamo infilati nel primo fast food che abbiamo trovato. Era l’ora dell’uscita da scuola e ci siamo trovati circondati da un sacco di ragazzini. Un paio di ragazze hanno iniziato a fare conversazione con me grazie al traduttore e hanno voluto fare foto e scambiarsi il contatto Instagram. Erano bellissime, truccate e con i capelli avvolti nel chador, ordinatissime, mentre io sembravo scappata di casa. Quando siamo usciti, abbiamo trovato LS. e le nostre bici letteralmente sommerse da una marea di bambini di diverse età. Una scena che mi ha fatto sorridere.
Arrivati a Shakhribsaz abbiamo lasciato le bici e i bagagli all’Anoragul guest house, una casa bellissima con un bel giardino fiorito e molti tappeti e siamo andati a visitare la città. L’attrazione principale è il palazzo di Tamerlano che lascia a bocca aperta per l’imponenza: l’arco di ingresso era alto 37m. Quando ci hanno chiesto di pagare un biglietto d’ingresso (l’equivalente di 1,5€), io pensavo si potesse salire su una delle torri: invece era solo per avvicinarci e, anche se la cifra era ridicola, mi sono sentita un po’ presa in giro. Il palazzo è circondato da grandi giardini, ma i giochi d’acqua erano spenti e i negozi erano per lo più chiusi, ciò mi ha lasciato una sensazione di decadenza. Bello invece il mausoleo di Tamerlano. Trovare un ristorante aperto per cena non è stato facile, ma ce la siamo cavata: siamo andati in un posto con tavoli all’aperto dove abbiamo preso del pesce fritto e i soliti spiedini.
La tappa successiva era quella più impegnativa per il dislivello perché avremmo dovuto valicare le montagne. La salita si è svolta lungo una strada tortuosa che si alzava con belle vedute sulla pianura alle nostre spalle. Nei punti più strategici erano posti dei ristoranti enormi con delle terrazze, dei veri ecomostri. Le montagne erano brulle con rocce arrotondate dal vento che ricordavano i tafoni sardi. Al passo, a quota 1655m, c’erano delle bancarelle che vendevano frutta secca e palline di formaggio. L’idea a questo punto era di abbandonare l’asfalto e percorrere 10km di sterrato tra le montagne, ma il cambio del tandem aveva iniziato a fare i capricci per cui abbiamo deciso di proseguire in discesa sulla strada principale. Questo versante era molto più verdeggiante e meno panoramico e per la prima volta ho visto delle fontane. Siamo scesi per diversi km e poi siamo dovuti risalire lungo una valle laterale dove i ragazzi che tornavano a casa ci salutavano in francese. Abbiamo raggiunto la Spring Guest House e il suo bel giardino nel tardo pomeriggio, ma dopo la doccia ho comunque avuto il tempo di andare a fare due passi da sola. Ho incontrato una donna che era molto preoccupata nel vedermi in giro da sola al crepuscolo e con le mani nere per il lavoro nei campi mi ha offerto tre prugne talmente secche da risultare immangiabili, ma che mi sono sembrate un dono prezioso.
Il giorno dopo ci attendeva l’ultima tappa di questo viaggio. Abbiamo terminato la discesa, poi abbiamo fatto alcuni chilometri ai piedi delle montagne prima che una salita ci portasse a Urgut. In cima al paese si trova Chor Chinoor, una sorgente di acqua freschissima in mezzo a un gruppo di platani secolari; uno è talmente grande che nel tronco cavo è stata
ricavata una piccola stanza. E’ un luogo inaspettato e magico. Infine gli ultimi chilometri di pianura ci hanno riportato a Samarcanda dove abbiamo concluso questa avventura assaggiando l’ultimo piatto della cucina uzbeka che ancora ci mancava: l’alisa, in pratica una lunga preparazione in cui la carne viene cotta e lavorata fino a diventare un crema. Una ricetta sostanziosa, molto calorica e molto golosa, un vero comfort food.
E così, dopo una visita al complesso funerario di Shah-i-Zinda (una specie di cimitero monumentale che ospita, tra le altre, la tomba della balia e di due nipoti di Tamerlano) e aver girovagato per il bazar alla ricerca di qualche souvenir, anche questo viaggio è giunto al termine. Paesaggisticamente il Marocco e la Giordania sono molto più scenografici, ma il ricordo del calore degli uzbeki ci scalderà a lungo il cuore.

INFO PRATICHE:
- Come andare: noi abbiamo scelto un volo Turkish Airlines che con uno scalo a Istanbul, ci ha portati a Samarcanda e ci ha permesso di imbarcare non solo le bici, ma anche il tandem (che paradossalmente costa meno di una bici); prestare attenzione che il bagaglio sportivo non può pesare più di 23kg (anche se in realtà nessuno ha controllato il peso);
- Quando andare: noi siamo andati dal 10 al 28 settembre 2025: le giornate erano ancora sufficientemente lunghe (anche se il sole tramontava verso le 19 e questo ci obbligava ad alzarci verso le 6.30 al mattino) e temperature gradevoli (non abbiamo mai sofferto il caldo, le temperature diurne sono quasi sempre state sotto i 30°C). Da evitare l’estate per il caldo e da novembre ad aprile ci possono essere precipitazioni forti e nevose in inverno. Sarei però curiosa di vedere la steppa fiorita tra fine aprile e inizio maggio;
- Mangiare e dormire: per pranzo ci siamo quasi sempre arrangiati comprando qualcosa nei numerosi minimarket che si incontrano nei vari paesini. Sono poco forniti, ma qualcosa da mettere sotto i denti si trova. Per cena siamo quasi sempre andati al ristorante. Il pasto tipico è composto da una zuppa, delle verdure e un piatto principale. La cucina uzbeka non è molto varia, ma è gustosa. Per dormire, abbiamo prenotato gli alloggi su booking.com. In genere sono puliti e confortevoli;
- Moneta e documenti: necessario il passaporto con almeno 6 mesi di validità. Non è necessario invece il visto per soggiorni inferiori ai 30 giorni. Gli alberghi dovrebbero provvedere a fare una registrazione sul sito del turismo e dovrebbero rilasciare una ricevuta che potrebbe venir controllata dalla polizia o all’uscita del paese; in teoria è necessario avere una registrazione almeno una volta ogni 3 giorni. A noi non l’hanno rilasciata tutti e alcuni possono richiedere un costo extra per farlo. L’Uzbekistan è un paese economico: si dorme con massino 25€ a testa e si mangia spesso con meno di 10€ a testa. La moneta è il SUM. Non serve viaggiare con molti contanti: è possibile prelevare facilmente, in tutti i centri maggiori si trovano ATM e banche. Le carte di credito vengono accettate raramente.
- Equipaggiamento: le distanze sono notevoli e, a meno di non essere in grado di coprire distanze di 200km, oltre alla classica attrezzatura da cicloturismo, è necessario avere con sé anche il necessario per campeggiare. Il campeggio libero è ammesso. Non credo sia possibile trovare le classiche bombolette di gas per il fornellino, per cui ne avevamo comprato uno che usava la benzina come combustibile. Accertatevi di avere con voi tutto l’occorrente per le piccole/grandi riparazioni: anche se abbiamo visto diversi negozi che vendevano bici, nessuno aveva dei pezzi di ricambio davvero utili tranne un ciclista a Bukhara.
- Sicurezza e strade: l’Uzbekistan è un paese sicuro, non ci siamo mai sentiti in pericolo. E’ un paese in via di sviluppo la cui popolazione è estremamente gentile e ospitale e nessuno ci ha mai chiesto soldi. Le strade sono per lo più asfaltate ma in pessime condizioni tanto che a volte risultava più scorrevole lo sterrato che si trova ai lati. Gli uzbeki sono abbastanza spericolati alla guida (vanno veloci, fanno alcuni tratti contromano), ma se possono mantengono la distanza di sicurezza dai ciclisti.

Salve, stavamo scegliendo un ciclo viaggio per maggio e voi ci siete piombati addosso con “Sarei però curiosa di vedere la steppa fiorita tra fine aprile e inizio maggio”. Per poter organizzare e verificare non è che avete tracce o qualcosa su cui potersele costruire (anche solo approssimative) ? Siamo due ciclisti “non espertissimi” e quindi avere un’idea di distanze e dislivelli ci aiuterebbe a programmare. In ogni caso grazie e complimenti
Ciao! Le tracce effettive le trovi su questo profilo di komoot https://www.komoot.it/user/1542845276945?ref=aup sotto tour completati. Invece l’overall teorico (ma che ha subito cambiamenti in corsa) è questo https://www.komoot.it/tour/2118782765?ref=atd