KURDISTAN, TERRA DI SPERANZA

di Sandro Toso
Marzo 2025

All’estremità nord-occidentale dell’Iraq, in un territorio montuoso dalla selvaggia bellezza, scavato da gole e costellato da villaggi e cittadine dal sapore antico, si trova quanto di più simile possa esistere oggi a quella patria che il popolo curdo ha sempre sognato nei suoi lunghi secoli di storia tormentata. Mentre nelle confinanti nazioni di Iran, Siria e Turchia il Kurdistan è ancora solo un termine geografico, qui in Iraq è una realtà politica, che consente a milioni di persone, superstiti di guerre e persecuzioni, di potere guardare al futuro con un poco di serenità.

La regione autonoma del Kurdistan Iracheno non è un vero e proprio stato, come i suoi abitanti vorrebbero, ma è un territorio al quale la costituzione irachena del 2005 concede ampio margine di autonomia, con una propria lingua, proprie istituzioni indipendenti e persino un proprio esercito.

Le pubblicità di birra e whisky che campeggiano ai lati delle strade rivelano che, a quanto pare, anche la religione islamica viene qui applicata in maniera abbastanza libera. Quanto i curdi siano fieri del loro territorio, lo dicono le bandiere orgogliosamente esibite in ogni dove, e quanto dolore e sacrificio esso sia costato, lo rivelano le tracce ancora fresche di distruzioni e massacri che hanno sconvolto queste terre.

Per molti anni, del Kurdistan – come dell’Iraq in generale – abbiamo sentito parlare solo per i drammatici eventi che lo hanno sconvolto, sotto il regime di Saddam Hussein e, nel decennio scorso, durante la guerra contro il califfato islamico dell’Isis, che ha visto fra queste montagne la sua fase più cruenta.

A dare un significativo contributo alla sconfitta del folle regime, sono stati i combattenti curdi, ai quali questo popolo, costretto da sempre a combattere per la propria sopravvivenza, ha dato il nome di Peshmerga, che nella lingua locale significa ‘combattente fino alla morte‘ e che – caso unico per un popolo islamico – accoglie tra le proprie fila formazioni femminili che hanno combattuto al pari degli uomini, pagando loro stesse un terribile tributo di sangue.

Oggi che fra questi monti e vallate è possibile viaggiare con una certa tranquillità, ci avviamo alla scoperta di questo angolo di mondo fatto di cultura, tradizioni, ricordi del passato e soprattutto speranze per il futuro.

IL NOWRUZ

Per quanto non si tratti di un rito esclusivamente curdo, risalendo a quanto pare addirittura allo zoroastrismo, il capodanno persiano, o Nowruz, che coincide con l’equinozio di primavera, è molto sentito e celebrato qui nel Kurdistan, e rappresenta, oltre che una festa religiosa, un forte elemento di identità culturale.

Fra le decine di località nelle quali si svolgono delle celebrazioni, ci rechiamo ad assistere quelle della cittadina di Aqra, che sono fra le più seguite e spettacolari. Situata in una stretta valle, e sviluppata in pendenza sul fianco di una collina, Aqra offre un ottimo anfiteatro naturale per la visione della cerimonia.

Ci inerpichiamo nel pomeriggio sul pendio di fronte all’abitato, e, insieme al folto pubblico locale, attendiamo il calare della sera. L’ attesa non è noiosa, passiamo il tempo osservando i preparativi, il continuo sventolio di bandiere curde, e tentiamo un abbozzo di conversazione con i locali, che si dimostrano gentili e a loro volta incuriositi dalla presenza di turisti, fenomeno senza dubbio molto recente da queste parti. Ad attirare la nostra attenzione sono soprattutto le donne, che qui, pur appartenendo ad un popolo che pratica per la quasi totalità la religione islamica, non portano il velo e possono valorizzare la loro bellezza con costumi tradizionali riccamente decorati e dai colori sgargianti. Sono state probabilmente le condizioni estreme nelle quali il popolo curdo si è trovato, che hanno richiesto il contributo di tutti, donne comprese, persino, come si è detto, sui campi di battaglia, che hanno favorito questa emancipazione, fatto sta che la condizioni femminile, qui in terra curda, ci sembra molto migliore di quella che abbiamo potuto vedere nel resto dell’Iraq e in altri paesi islamici.

Quando finalmente cala la sera, il coro di canti, urla e scoppi di mortaretti annuncia l’inizio della festa. Si tratta di una cerimonia tutto sommato semplice, ma suggestiva per il contesto naturale in cui si svolge, e per la partecipazione che si percepisce da parte di tutti. Centinaia di grosse torce vengono accese, e, in lenta processione, vengono portate su per il sentiero che raggiunge la cima della montagna di fronte a noi, mentre potenti fari tracciano disegni luminosi sulle pareti dei monti circostanti, in un tripudio di fuochi artificiali che illuminano il cielo. Quando la fila di torce raggiunge la cima, il sentiero sottostante ci appare come una scia di fuoco serpeggiante nella notte, che ricorda la colata di un vulcano. Di villaggio in villaggio, di valle in valle, in questa notte di marzo tutto il Kurdistan è illuminato di fuochi, che salutano l’arrivo di un nuovo anno, si spera, di tranquillità.

HALABJA

Già parecchi chilometri prima di arrivare, i cavalcavia che attraversano la superstrada sono pieni di ritratti di martiri. Siamo nella zona dell’Anfal, il massacro voluto da Saddam Hussein negli anni ottanta nei confronti dei curdi iracheni, colpevoli, a suo avviso, di tradimento a favore dell’Iran, col quale l’Iraq era in guerra in quegli anni. Della lunga scia di violenze protrattesi per anni, e che causarono almeno 100.000 vittime, l’episodio più atroce avvenne qui nella cittadina di Halabja, sulla quale, il 16 marzo 1988, gli aerei da guerra del dittatore sganciarono sulla popolazione inerme grappoli di bombe contenenti sostanze chimiche letali, che si diffusero nell’aria uccidendo in quel solo giorno oltre 5.000 persone, senza contare quelle che morirono in seguito per le conseguenze postume. Fuori dal grande monumento eretto a memoria, alcuni resti delle bombe cadute in quel terribile giorno sono sparse per il prato, insieme ai relitti di alcuni automezzi che si trovavano sul posto, sulle cui carrozzerie rimangono i segni della corrosione provocata dagli ordigni chimici. All’interno, centinaia di teche contenenti oggetti personali delle vittime, e foto riprese da una troupe occidentale che si trovava nei paraggi, raffiguranti gli effetti che i gas ebbero sulle persone. Foto di corpi riversi per le strade, volti sfigurati, madri morte tenendo sotto il proprio corpo dei propri bambini in un disperato tentativo di proteggerli. Ideatore di questo e altri massacri fu Ali Hassan- al-Majid, meglio noto come Ali il Chimico, parente e stretto collaboratore di Saddam, nonché esperto e fautore dell’utilizzo di armi chimiche.

Una teca conserva la corda con la quale fu impiccato nel 2010.

Lasciamo questo monumento alla follia umana e proseguiamo il nostro percorso per il Kurdistan, terra della quale ammireremo ancora i paesaggi, i monumenti e la cordialità della gente, della quale condividiamo, e non potrebbe essere diversamente, la speranza in un futuro migliore.

 

 

 

 

 

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