GEORGIA, SVANETI: SKIING THE CAUCASO

di Silvia Benaglia
Febbraio 2026

Andiamo a fare una settimana di scialpinismo tra amici in qualche posto fuori dal turismo di massa? Sì, ma dove? Siamo già stati in Canada, Norvegia, Bulgaria… Sarebbe bello andare in Nuova Zelanda, ma ci vuole un budget praticamente illimitato e in questo momento non lo abbiamo. Oppure sui Carpazi, ma in rete si trova poco e pare che col global warming sia difficile trovare buone condizioni. Ed è così che è saltata fuori l’dea della Georgia.
Quindi il 6 marzo partiamo in dieci (un undicesimo ci raggiungerà più tardi) dall’aeroporto di Malpensa con volo Wizzair per Kutaisi, terza città del paese per numero di abitanti, capoluogo della regione occidentale dell’Imerezia. Il volo è stranamente in orario, fuori dall’aeroporto troviamo i 4×4 che avevamo noleggiato, ma la città sarà una grande delusione: a parte la fontana della Colchide, il teatro dell’opera e la cattedrale, ha davvero poco da offrire.

Kutaisi la fontana Colchide

A cena però facciamo la prima conoscenza con la cucina georgiana che è da subito promossa al 100%: focacce (khachapuri), ravioli (khinkali) e tanti piatti a base di verdure, piacevolmente speziati ma abbastanza vicini al gusto occidentale (a patto che amiate la cipolla e il coriandolo).
7 marzo giorno di trasferimento: la nostra meta era lo Svaneti, regione storica montuosa situata nel nord-ovest della Georgia, sulle pendici meridionali del Caucaso. In inverno la strada più breve che attraversa lo Zagari pass è chiusa e 227 km separano Ushguli da Kutaisi, ma percorrerli è già di per sé un’avventura. Ci metteremo infatti più di 6 ore attraverso cittadine che ricordano il passato sovietico e campagne dove mucche e maiali pascolano liberi a bordo strada, piena di buche, dossi e tratti sterrati. Si attraversano gole scoscese e gli ultimi km sono innevati e giustificano la scelta di avere dei 4×4 seri.
Arriviamo a Ushguli a pomeriggio inoltrato e ci accomodiamo nella Old Houde Guest House, situata proprio in una delle tante torri medievali che caratterizzano la regione. Le stanze sono piccole, ma pulite, calde e confortevoli. Un po’ di preoccupazione la desta il solo bagno con scaldabagno elettrico, ma con un po’ di attenzione riusciremo ad avvicendarci senza problemi e avremo sempre acqua calda per tutti. Per cena ci viene servita quasi una supra, il tradizionale banchetto georgiano, con così tanto cibo che è impossibile finirlo tutto.

Le torri medievali di Ushguli

8 marzo si scia! Ci svegliamo con un cielo bellissimo, senza neanche una nuvola. Usciti dalla nostra guest house, scopriamo che l’idea di venire qui non è stata poi così originale: il paese è affollato da decine di scialpinisti che parlano italiano, francese, tedesco e slovacco e che si recano verso l’attacco delle varie gite. Le temperature sono basse, soprattutto mentre affrontiamo un tratto pianeggiante lungo il fiume verso il Monte Poi, ma appena arriviamo al sole diventano piacevoli.

Monte Poi

Il percorso non è mai troppo ripido nonostante i 1150m di dislivello ed è estremamente panoramico perché si svolge al cospetto dei 5193 m del Monte Shkhara.

Monte Poi panorama sul monte Shkhara

L’ultimo tratto per me è faticoso, ma piano piano arrivo in vetta e mi sembra di essere davvero sul tetto del mondo, a un passo del cielo. La discesa sarà piacevole: sarò un po’ ingessata all’inizio, ma poi la neve sarà bella e mi permetterà di lasciarmi andare. Un po’ noioso e faticoso l’ultimo tratto lungo il fiume che ci obbligherà anche a una breve ripellata. Prenderemo anche una vecchia manovia dove i ragazzi del luogo si divertono tra salti e brevi discese.
9 marzo: oggi il tempo è brutto, il cielo è grigio e le cime sono nascoste dalle nuvole. Decidiamo di fare comunque un giro. Lasciamo il paese stando sulla sinistra idrografica del fiume. Dovremmo passare da una cascina isolata dove la proprietaria ci chiede un pagamento simbolico per attraversare il suo terreno. Sapevamo che gli svan sono abbastanza chiusi, ma il suo atteggiamento è davvero irritante e torniamo indietro e passiamo dalla strada. Perdiamo un po’ di tempo, ma pensiamo che tanto con quel meteo non andremo lontano. E invece, un passo alla volta, un metro alla volta, facciamo ben 1100 m di dislivello e raggiungiamo una cima senza nome a quota 3064 m. La discesa inizia con scarsissima visibilità, ma poi migliora, la neve è bella e anche oggi rientriamo alla guest house soddisfatti. Però è presto, così dopo la doccia decidiamo di uscire a fare 4 passi in paese tra le torri medievali. Camminare non è semplicissimo perché gli animali lasciati liberi defecano per le strade rendendole simili a un letamaio, ma arrivati in cima scopriamo con piacevole sorpresa che la chiesa è aperta. L’ambiente è piccolo, ma caldo e spingendo un’altra porta ci troviamo in una cappella tra antiche icone. Il museo etnografico invece è chiuso e la cosa mi dispiace perché gli svan sono un gruppo etnico a parte con una loro lingua e delle loro usanze e mi sarebbe piaciuto saperne di più.

10 marzo: viaggiare in 11 per me non è semplicissimo, tante teste da mettere insieme e tante visioni differenti. Io avrei fatto gite classiche, brevi; invece viene proposto il Daidashi (3636 m) che per me era davvero lunghissimo, ma acconsento per il quieto vivere.

Daidashi

In realtà la salita non va affatto male, dapprima lungo un fiume, poi risalendo un canalone che alla fine si stringe e dà accesso ai pendii superiori, aperti e ripidi. Anche nel tratto più delicato me la cavo egregiamente.

Daidashi

Per ampi dossi raggiungiamo infine il passo a quota 3184 m e qui ci fermiamo: la cima appare ancora molto lontana e per me irraggiungibile con gli sci. Il primo tratto della discesa è esaltante, su neve polverosa e in un vallone intonso, tanto che buona parte del gruppo decide di ripellare per godersi una seconda sciata. Io e altri due invece proseguiamo in discesa e, una volta raggiunto il fondo valle, le cose si complicano. Il sole ha scaldato la neve che è diventata collosa, non scorre e fa lo zoccolo.

Daidashi e la vetta non raggiunta

Raggiungere la strada è estremamente lento e faticoso. Una volta qui, speravo che il percorso si facesse più scorrevole, invece ci sono molti tratti pianeggianti dove dobbiamo spingerci e alcuni anche in salita che io faccio togliendo gli sci e portandoli in spalla. Quando arrivo alla guest house, sono distrutta. Faccio la doccia e mi butto a letto; scendo a cena solo perché vengono a chiamarmi.

11 marzo: il mattino dopo scoprirò che non sono l’unica ad aver accusato il colpo dei 1350 m di dislivello della gita precedente: a chi fa male il ginocchio, a chi le spalle… Lasciamo quindi andare i 3 giovani del gruppo a fare una gita, mentre noi ultraquarantenni facciamo i turisti. Ci facciamo accompagnare dalla figlia del nostro host nella torre che ospita le guest house. Mentre noi ci arrampichiamo sulle scale di legno un po’ traballanti, ci racconta che studia a Tblisi ma che è molto affezionata a questo luogo. Quindi andiamo ad Adishi, un altro villaggio sperduto. Il luogo in realtà non merita il tempo di percorrere i 9km di strada sterrata necessari per raggiungerlo. Si tratta infatti di una manciata di stalle mescolate a guest house chiuse e casa in rovina. C’è un solo localino aperto, dove pranziamo con una buona zuppa calda e una birra per poi raggiungere Mestia, il capoluogo della regione. Anche qui non c’è molto da vedere; il paese è composto da una strada su cui si affacciano negozi di articoli sportivi e minimarket che vendono i pochi souvenir disponibili: sale di Svan (sale mescolato a erbe aromatiche e spezie, ottimo per me sulle uova sode), miele, calamite. Andiamo quindi alla nostra guest house (Mazeri Peak Guest House) ad Esteri. Qui siamo fuori dal paese (che comunque non ha nemmeno un negozietto) in una grande casa simile ai nostri rifugi. Le stanze sono pulite, c’è sempre un solo bagno in condivisione e il cibo sarà buono, ma meno abbondante e non all’altezza di quello a cui ci avevano abituato finora.
12 marzo: decidiamo per un classico della zona, il Detsili Peak.

Detsili Peak

Un cane biondo ci accompagnerà per tutta la salita, dapprima nel bosco e poi su pendii aperti. La vetta, raggiunta dopo 1100 m di dislivello, è un semplice panettone, ma siamo circondati da montagne bellissime che regalano grandi emozioni. La discesa invece, a parte il primo pezzo, sarà molto impegnativa perché il bosco è fitto. Per fortuna la neve è bella e in qualche modo riusciamo a portare a casa tutti le ginocchia.

Detsili Peak

13 marzo: dopo l’ennesima, lunghissima disquisizione, decidiamo per andare verso il Laila pass. Il vero Laila pass è un colle attorno ai 3200m sotto la cima omonima, ma su internet con questo nome si trovano un sacco di gite diverse. In pratica, sembra che tutti i colli della zona vengono chiamati così. Forse per questo motivo, la gita di oggi sarà una gita anarchica: ognuno va col suo passo ad un colle diverso. Io ed altri due optiamo per una modesta insellatura a quota 2900 m su un rilievo che separa due valloni. Una volta dall’altra parte, ci troviamo in una valle aperta, con poche tracce di discesa. Ci lasciamo tentare e invece di scendere subito, la risaliamo per un tratto, fino a trovare una linea di discesa che ci piace particolarmente. La discesa purtroppo sarà meno bella delle precedenti: su certe esposizioni la neve inizia a formare un po’ di crosta, ma cercando bene si riescono a fare ancora belle curve. Una volta nel bosco poi ci ritroviamo più o meno nella situazione del giorno precedente, ma anche questa volta riusciamo ad arrivare a valle senza grossi problemi.

sotto il Laila pass

Per cena decidiamo di provare il Grand Hotel. Non so esattamente cosa mi aspettassi, ma di sicuro non ha gli standard europei. Innanzitutto, siamo gli unici ospiti. La sala da pranzo è piccola, rivestita di pietra, con due tavoli di legno che accostiamo per poter mangiare tutti insieme. Niente tovaglia, tovagliolini di carta e dobbiamo apparecchiarci da soli. Il cibo è buono e abbondante, ma molto semplice: polpette, purè, insalata, un formaggio fresco simile al primo sale, una specie di ratatouille, una torta semplice.

14 marzo: dopo tanti giorni di cieli azzurrissimi, il meteo prevede un peggioramento verso metà giornata. Di gite in zona non ce ne sono tante. Iniziamo a dirigerci verso il Guli Pass. C’è chi guarda un montarozzo alla nostra destra, coperto dal solito, fitto bosco. Sinceramente io non ho voglia di trovarmi di nuovo a scendere nel bosco, per cui faccio una cosa che solitamente non faccio mai. Dico: “Io vado verso il passo, al massimo ci vediamo stasera” e mi incammino senza lasciare adito a discussioni. Mi meraviglio sempre di come funzioni questo metodo. Gli altri mi vengono dietro. La salita è semplice per pendii aperti. Il meteo resta buono fin quasi in cima, solo il Monte Ushba (una specie di Cervino alto 4700 m, la montagna simbolo della valle) gioca a nascondino con le nuvole.

plateau sommitale del Detsili Peak al cospetto dell’Ushba

Poco prima di arrivare al colle però ci troviamo nelle nubi e inizia pure a nevischiare. Cambio rapido di assetto e poi giù con scarsa visibilità e neve brutta. Scendendo però il meteo e la neve migliorano. Ci fermiamo a fare uno spuntino in una specie di bar improvvisato in un alpeggio prima di affrontare gli ultimi 400 m di dislivello.

15 marzo ed arrivò il giorno del rientro. Lasciamo Mazeri abbastanza presto con l’idea di fermarci per strada a visitare qualcosa. La prima tappa doveva essere la grotta di Prometeo, ma la troviamo chiusa: pare che il vento forte abbia danneggiato l’impianto di illuminazione. Una volta ripresoci dalla delusione, decidiamo di fare urbex a Tskaltubo. Tskaltubo è un paese che ha goduto di unperiodo d’oro durante gli ultimi anni dell’epoca sovietica quando vennero costruiti degli enormi impianti termali dove venivano mandati gli impiegati da ogni angolo dell’URSS come vacanza premio. Con il crollo dell’impero sovietico, questi edifici sono stati abbandonati per le ingenti spese di gestione e oggi giacciono come giganteschi scheletri. In teoria sarebbero privati, alcuni pare ospitino anche dei rifugiati, ma in realtà è possibile entrarci ed esplorarli. Devo dire che sono suggestivi, con i giardini inselvatichiti, la scalinate come vestigia della grandezza nostalgica ormai perduta. Noi però non eravamo la compagnia adatta. Ogni porta che sbatteva per il vento ci faceva sobbalzare ed è bastato vedere in lontananza un poliziotto perché guadagnassimo l’uscita di buon passo. Ci rechiamo quindi ai monasteri di Motsameta e Gelati. Il primo è un piccolo eremo localizzato in posizione sopraelevata sopra un’ansa del fiume; la chiesa è piccola, raccolta e accoglie le spoglie dei martiri Davide e Costantino: si narra che se si passa tre volte sotto l’arca chele contiene esprimendo un desiderio, questo si avvererà.

onastero di Motsameta

Il secondo invece è molto più grande, ma purtroppo è completamente avvolto dalle impalcature, pare per un errore di restauro. Noi siamo comunque potuti entrare, ma gli affreschi sono davvero poco fruibili.
Tornati a Kutaisi, andiamo a cena nello stesso ristorante della prima sera e dormiamo poche ore prima di prendere l’aereo prima dell’alba. E così finisce questa avventura. Siamo stati fortunatissimi col meteo e la neve, la Georgia mi è piaciuta, anche se l’ho trovata un po’ decadente ed indolente, ma sarei curiosa di vedere com’è la zona di Tblisi, la capitale. Si scia anche lì. Chissà, magari l’anno prossimo torneremo.

INFO PRATICHE:
 Come andare: Wizzair collega Milano a Kutaisi a prezzi davvero competitivi;

 Quando andare: il periodo migliore per lo scialpinismo è febbraio-marzo; noi siamo stati
fortunatissimi sia con la neve (quasi sempre polverosa) che col meteo;

 Mangiare e dormire: la Georgia è un paese molto economico. Su Booking c’è un’ampia scelta di alloggi. A Ushguli ed Esteri non ci sono molti ristoranti, di solito le guest house offrono anche la cena (13€) e la colazione (8€) che è in genere salata (noi ci siamo trovati
insalate, ravioli e una volta addirittura i broccoli);

 Moneta, documenti e formalità: è necessario il passaporto, non servono visti né la patente internazionale. La moneta è il GEL ed è possibile cambiare in uno dei molti cambiavalute sulla piazza principale di Kutaisi o Mestia che però sono in grado di cambiare solo piccole cifre. L’uso della carta di credito è poco diffuso. Da gennaio 2026 per entrare nel paese è necessario avere un’assicurazione sanitaria. Prestate attenzione perché alcuni farmaci da banco molto diffusi in Italia (tipo l’actigrip) sono vietati in Georgia e non è possibile importarli nemmeno se in possesso di ricetta medica;

 Spostarsi: le strade sono brutte e in inverno sono spesso innevate. Noi abbiamo noleggiato dei 4×4 su questo sito https://parent.ge/ che garantisce il modello. E’ tuttavia possibile organizzarsi anche con drivers;

 Equipaggiamento: normale da scialpinismo. Noi avevamo portato picozza e ramponi, ma non ci sono mai serviti;

 Bibliografia: su Amazon si trova un libro di Oleg Gritskevich con diversi itinerari di scialpinismo in Svaneti, ma è decisamente caro (oltre 40€) per cui ci siamo arrangiati con le tracce gpx che si trovano on line: la maggior parte  le abbiamo trovate su wikiloc; qui di seguito lascio le nostre che abbiamo registrato:

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