di Silvia Benaglia
Giugno-Luglio 2026
Quando ero stata in Marocco nel 2023, ero rimasta così affascinata da quel paese che reputavo vicino a noi e mi era venuto il tarlo di fare un giro nell’Africa nera. Per passare dall’idea ai fatti ci è voluto un po’, ma poi la scelta è caduta sul Rwanda perché è un paese piccolo e quindi comodo da girare in bici, ma soprattutto perché è un paese sicuro.
Organizzare il viaggio non è stato facile: nonostante il paventato lockdown energetico (che poi non si è realizzato) e un focolaio di ebola scoppiato a maggio nella vicina Repubblica Democratica del Congo, mio marito ha voluto comprare lo stesso i biglietti aerei e alla fine ha avuto ragione lui. Così venerdì 26 giugno il nostro quartetto ormai ben collaudato è partito da Milano Malpensa per atterrare a notte fonda a Kigali.
Le formalità doganali sono state rapide, abbiamo trovato il driver dell’hotel che ha caricato le nostre 4 bici (quest’anno niente tandem) su un pickup e ci ha portato al nostro alloggio.
La prima impressione di Kigali è che sia sterminata con luci che si estendono a perdita d’occhio. E io l’ho trovata anche molto affascinante, come se fosse ammantata di diamanti scintillanti.
L’hotel Moucecore è dignitoso, con camere basiche ma pulite e il personale è stato davvero molto gentile tenendoci gli imballaggi delle bici per tutta la durata del viaggio.
La mattina dopo ci siamo alzati con calma, abbiamo rimontato le bici e siamo andati a sbrigare le formalità tipiche di ogni inizio viaggio: cambiare i soldi, comprare la sim per il telefono…ecc. Di giorno Kigali è molto meno affascinante: le strade sono caotiche soprattutto per la presenza di moltissimi mototaxi e gli edifici sono per lo più anonimi. Subito ci siamo dovuti misurare con i saliscendi che caratterizzeranno tutto il viaggio: non per niente il Rwanda è detto il paese delle mille colline. Nel pomeriggio siamo riusciti a visitare il memoriale del genocidio del 1994 che pesa ancora come un macigno sul paese e sulla nomea che ha all’estero. E’ un vero pugno nello stomaco, anche se si è cercato di
ingentilirlo con un giardino con giochi d’acqua. Poi avevamo bisogno di leggerezza e siamo andati al vicino Nyo Art Center, una galleria d’arte che vende opere di artisti rwandesi contemporanei ma che ha anche un programma per i bambini di famiglie problematiche. Siamo stati fortunati e siamo capitati proprio durante uno spettacolo di danza al ritmo dei tamburi, trascinante e suggestivo. Ultima tappa della giornata è stato il Central Market dove abbiamo fatto un po’ di spesa per i giorni successivi. Il mercato in sé non è granché, vende generi alimentari e oggetti di uso comune di poco valore; tuttavia ci siamo divertiti a girare nelle vie lì attorno stupendoci degli incredibili carichi che le persone riuscivano a portare sulla testa.
Domenica 28/6 abbiamo iniziato a pedalare. Uscire da Kigali non è stato drammatico, poi abbiamo percorso un tratto pianeggiante in una valle verdeggiante solcata da un fiume limaccioso e infine una lunghissima salita che ovviamente è stata affrontata nelle ore più calde. La strada era interamente asfaltata ed era chiusa per una gara ciclistica, il che ci ha permesso di goderci la giornata senza preoccuparci del traffico. Ogni tanto incontravamo qualche poliziotto zelante che ci faceva fermare per qualche minuto, poi si lasciava convincere a lasciarci passare purché proseguissimo a piedi.
Ovviamente, appena eravamo fuori dalla sua visuale, risalivamo in sella. A pomeriggio inoltrato, dopo 62km e 1100m di dislivello, abbiamo raggiunto la nostra meta, Byumba, che è fuori da ogni rotta turistica perché non ha nulla di interessante da offrire. Abbiamo dormito alla guesthouse Ubwuzu trovata su Google maps e prenotata tramite facebook. Era una casa grande, circondata da un giardino. Anche qui le stanze erano semplici ma pulite. Unico problema: non c’era l’acqua in bagno per cui ci sono state portate 2 tinozze, una di acqua calda e una di acqua fredda e una brocca con cui ci siamo arrangiati a fare la doccia. Per cena poi abbiamo scoperto un’altra particolarità del Rwanda: il cibo viene preparato al momento, quindi bisogna ordinare con almeno un paio d’ore d’anticipo rispetto all’ora di cena se si vuole mangiare ad un orario consono. La cucina ruandese è semplice, con forti influenze indiane ed europee.
La tappa di lunedì 29/6 è stata lunga (68km e 1300m di dislivello) ma molto divertente perché mentre pedalavamo abbiamo avuto modo di conoscere, chiacchierare e scherzare con
moltissime persone. A cominciare da un ragazzino con una Peugeot da corsa con il cambio a telaio e la catena molto arrugginita con cui abbiamo pedalato fino a quando abbiamo lasciato l’asfalto per le famose piste di terra rossa. Qui siamo stati inseguiti da frotte di bambini che ci chiedevano “Money! Money!”, ma poi in realtà dei soldi non gli importava niente; bastava chiedergli quelle 2 cose che sapevano di inglese o stringergli la mano per far comparire dei grandi sorrisi. Alcuni correvano davvero veloci con delle improbabili ciabatte. La tappa è terminata a un cottage sul lago Burera, uno dei laghi Gemelli, raggiungibile solo a piedi. Era immerso nel verde, con una bella vista sui laghi e sui vulcani in lontananza. Emma, la nostra padrona di casa, ci ha servito una cena davvero ottima.
La tappa successiva (83km e 1100m di dislivello) è stata molto più monotona. Dopo 15 km
di sterrato, ci siamo immessi sull’asfalto e abbiamo attraversato una zona molto più urbanizzata. Siamo passati da Musanze da cui partono i trekking per andare a vedere i gorilla di montagna, ma anche questo si è rivelato un villaggio anonimo, assolutamente privo di fascino. Inoltre le cime dei vulcani erano nascoste dalle nuvole. L’ultimo tratto era una lunghissima discesa e saremmo arrivati prestissimo se non avessi preso un chiodo che mi ha stallonato la ruota posteriore. S. ha cercato di ripararla in mezzo a una piccola folla che andava radunandosi, ma alla fine ha dovuto rassegnarsi a montare una camera d’aria che mi ha permesso di arrivare a Gisenyi, cittadina affacciata sulle sponde del lago Kivu.

Qui inizia il Congo Nile Trail, un percorso ciclistico ed escursionistico che era uno dei motivi per cui ero voluta venire qui.
Mercoledì 1/7 quindi abbiamo iniziato questo itinerario, che purtroppo stanno asfaltando. Noi siamo riusciti a percorrere ancora diversi km sterrati, ma io mi aspettavo un sentiero e invece era ormai quasi tutto uno stradone che correva alto con belle vedute sul lago.

Le pendenze non erano eccessive e il fondo era perfetto per una mtb e quindi mi sono divertita anche in discesa. Credo che S. e LS. con le bici gravel se la siano goduta molto meno. Ufficialmente la tappa termina a Kinonu dove dovrebbe esserci una guest house, ma non siamo riusciti ad avere dei riferimenti, così avevamo prenotato al Kay Sun Hotel che si trova molto più in basso, dopo 50km e 1000m di dislivello. Eravamo gli unici ospiti e faceva impressione venir serviti da personale in giacca e guanti, mi sentivo ancora come il padrone bianco. Le stanze erano ampie, con una bella vista sul lago e si poteva scendere in spiaggia. Purtroppo il cielo era velato e il tramonto non è stato spettacolare.

Il giorno dopo siamo dovuti risalire per poi scendere nuovamente con un bel sentiero, dapprima in mezzo ai bananeti e che poi costeggiava il lago. E’ seguita una salita ripidissima col fondo brutto, da fare a spinta e poi ci siamo immessi sull’asfalto, ma la velocità non è migliorata per i continui saliscendi dove le salite mi sembravano sempre molto più lunghe e impegnative delle discese.

Siamo comunque riusciti ad arrivare a Kibuye dopo 59km e 1200m di dislivello ad un orario accettabile e questa volta il nostro lodge (Kiwu Macheo Ecolodge, trovato su booking e frequentato da diversi europei) era il più alto di tutti, sulla cima di una collina.
Da qui il Congo Nile Trail è stato interamente asfaltato e quindi abbiamo deciso di prendere
la variante montana, così la mattina dopo abbiamo affrontato una salita asfaltata di 10km e 800m di dislivello. Arrivati al passo, invece di scendere, abbiamo proseguito su sterrato con saliscendi tra le piantagioni di tea in un panorama verdeggiante davvero molto particolare. Verso sera, le coltivazioni sparivano per lasciare spazio a dei campi di cereali e poi a una radura sul limitare della foresta dove giocavano dei babbuini. E’ stato un incontro inaspettato e per me molto emozionate. Da qui la strada scendeva dolcemente
tuffandosi nella foresta pluviale. Improvvisamente è cambiata la luce, i suoni, i profumi e anche la temperatura. Siamo così entrati nel Nyungwe Park, dopo 49km e 1500m di dislivello. Per dormire avevamo prenotato uno dei lodge del parco, immerso nella foresta. La sistemazione era spartana (uno dei bagni aveva lo scarico intasato, c’era la cucina ma non c’erano le pentole), ma era in un luogo di una bellezza unica con la foresta che si estendeva fin dove l’occhio poteva spingersi. Una volta sceso il buio, abbiamo anche sentito degli animali urlare nelle vicinanze.
La tappa di sabato 4/7 è stata la più dura di tutte. Noi pensavamo di percorrere la DR10 che taglia il parco, ma abbiamo scoperto che quella strada è considerata privata e per transitarvi serve un permesso scritto. Abbiamo cercato di smuovere mari e monti, ma i rangers sono stati irremovibili, anche se sembravano abbastanza preoccupati che fossimo in grado di arrivare a Uwinka in giornata. Così abbiamo dovuto passare al piano B, più lungo e con più dislivello (54km e 1700m di dislivello). Siamo dovuti scendere sulla DR11 fino a Cyhia e da lì siamo risaliti su strade sconnesse, poco più che sentieri e abbiamo dovuto spingere le bici per diversi km aiutati dal solito codazzo di ragazzini che forse non avevano davvero mai visto l’uomo bianco.
Siamo arrivati a Banda dove ci attendeva l’ultima salita, sulla carta 9km e 700m di dislivello. Io ero stanchissima, pensavo che l’avrei fatta tutta a piedi ed ero diventata insofferente verso tutto, anche verso i bambini. In realtà sapevo che loro non c’entravano nulla per cui cercavo di non essere troppo scontrosa, ma loro credo avessero capito che qualcosa non andava e quindi mi giravano più al largo. Comunque, a sorpresa, a parte i primi 2km davvero ripidi, poi la pendenza si addolciva e sono riuscita a fare i restanti (più di 7 in verità) tutti in sella. Siamo arrivati al lodge di Uwinka con le ultime luci del giorno e quando hanno saputo da dove venivamo, ci hanno fatto i complimenti perché di solito quella tratta viene percorsa in 2 giorni.
La tappa n.8 per fortuna è stata decisamente breve, solo 37km e interamente asfaltata, ma molto suggestiva perché si svolge quasi interamente nella foresta pluviale. Era divertente fermarsi e cercare di avvistare le scimmie tra i rami degli alberi a bordo strada. Siamo arrivati al nostro alloggio nelle prime ore del pomeriggio, dopo esserci fermati a pranzo a una specie di fast food. Qui è davvero difficile trovare qualcosa da mettere sotto i denti durante il giorno, se già i negozietti dell’Uzbekistan mi sembravano vendere il nulla, qui è peggio: si trovano giusto delle banane, dei pomodori, delle palline di pasta fritta e dei biscotti; poi ci sono dei pesciolini secchi – che forse si potrebbero cucinare in qualche modo ma di sicuro non si possono magiare così – e della pasta. E fermarsi a mangiare a bordo strada non è piacevole perché si viene circondati da decine di bambini che non dicono nulla ma ti guardano e tu sai che probabilmente hanno fame, ma sono così tanti che non potresti nemmeno dargli un biscotto a testa. Così il fast food ci è sembrato una vera benedizione, anche se vedere il cibo riscaldato mi ha fatto un po’ paura, ma in realtà nessuno ha avuto problemi intestinali.
Raggiunto l’alloggio, appena a monte di Kitaby, ci siamo regalati un pomeriggio di relax. Al momento di ordinare la cena, i prezzi ci sembravano molto alti per gli standard ruandesi, così abbiamo chiesto alla cameriera se fossero piatti per una persona o se erano da condividere. Lei probabilmente non parlava bene inglese e ci ha detto che erano per una persona. Così abbiamo ordinato. Poi però è uscito il cuoco a chiederci se davvero volessimo mangiare 3 polli interi.
Anche le 2 tappe successive sono state brevi e veloci (da Kitaby a Huye 56km, con 600m di dislivello, e da Huye a Nyanza, 43km e 600m di dislivello) e senza molto da raccontare. Qui il paesaggio è più famigliare con le terre coltivate e alcuni campi di grano grandi poco più di fazzoletti. La gente sembra meno povera, i bambini sono sempre curiosi ma meno invadenti e vestiti in maniera più curata. Abbiamo provato a fare un po’ di turismo culturale, ma il museo etnografico di Huye si è rivelato una delusione, anche se pare essere uno dei migliori di questa zona dell’Africa. E’ piccolo e non ha arricchito la mia conoscenza. Forse perché tutto quello che c’era prima del colonialismo è andato perduto. I tedeschi si sono trovati di fronte un re scalzo adornato da una corona di piume e circondato da sudditi vestiti con gonnellini di foglie di banane e pelli di capra. Non avevano nemmeno una lingua scritta. Il re ha capito che una guerra sarebbe stata disastrosa e ha negoziato, adattandosi a uno stile di vita simil europeo.
Più interessante il museo della residenza reale di Nyanza, anche perché la visita viene fatta con una guida che ha risposto paziente a tutte le nostre domande e poi le mucche sacre che vengono ammansite con canti tradizionali sono bellissime.
A Nyanza esiste anche un museo di arte africana dove è possibile dormire. E’ stata un’esperienza davvero particolare e suggestiva e il proprietario ci ha dato diverse informazioni sull’arte africana, anche se la maggior parte delle statue arriva dal Congo: ancora una volta, della cultura passata del Rwanda è rimasto poco. Lui diceva perché era un popolo molto povero, ma forse perché era un popolo lieve.
La tappa 11 era di nuovo lunga, oltre 77km ed io ero un po’ preoccupata anche perché le 3 precedenti erano state fatte a spron battuto, praticamente senza soste e io iniziavo ad accusare un po’ la fatica. Invece è andata via liscia. Siamo passati vicino a 2 fiumi e dove c’è acqua, la vita scorre più vivace. Una menzione speciale va alla cooperativa Umurawa, trovata per caso e che da lavoro a donne che producono manufatti di intreccio simili a quelli sardi. Abbiamo comprato qualcosa da portare a casa (un paio di ciotole e dei sottobicchieri) e loro ci hanno regalato dei pendagli per abbellire le nostre bici e augurarci buon viaggio.

Giovedì 9/7 ci attendeva l’ultima tappa. Mi aspettavo 35km veloci, una pura formalità. Invece O. si è fatto intimidire dal traffico (i ruandesi non sono molto prudenti alla guida, anche se fortunatamente le auto non sono molte e le strade hanno sempre una corsia laterale con asfalto meno bello, ma che permette a ciclisti e pedoni di procedere in sicurezza) e ci ha convinti a procedere su sterrato.
Ci siamo così trovati sulle solite piste rosse in un paesaggio ormai suburbano e quindi abbastanza poco attrattivo con pendenze molto impegnative su cui dovevamo spingere le bici. Io poi alla fine di un’avventura sono sempre di cattivo umore. Siamo comunque arrivati a Kigali abbastanza presto così da avere tempo di impacchettare nuovamente le bici e andare a fare 4 passi nel quartiere mussulmano dove si trova una bottega di artigianato femminile e una via dalla pavimentazione multicolore su cui si affacciano ristorantini invitanti.
Questa avventura si conclude così. E’ stato un viaggio davvero intenso, inaspettato, che mi ha lasciato tante emozioni. Quando sono partita non sapevo cosa aspettarmi, tanto che mi ero portata dietro anche il sacco letto e un asciugamano. Ho trovato un paese pulito, ospitale, che si merita di venir scoperto dal turismo anche per la varietà di paesaggi che offre e che spero trovi una sua strada per sollevarsi dalla povertà ma senza perdere la sua identità.
INFO PRATICHE:
Quando andare: il Rwanda ha un clima tropicale con 2 stagioni: una secca (giugno- settembre e gennaio-febbraio) e una umida. Nella stagione secca le temperature non sono mai eccessive (massime attorno ai 28°C) e alla sera si abbassano tanto che spesso dormivamo con piumoni;
Come andare: diverse compagne aeree collegano Milano con Kigali. Noi abbiamo scelto la Turkish Airlines con scalo a Istambul;
Mangiare e dormire: nelle località più turistiche si trovano alloggi sia su booking.com che su Airbnb. Fuori dalle rotte turistiche serve un po’ di fantasia. Noi abbiamo trovato 2 alloggi su googlemaps e poi li abbiamo contattati uno su facebook e l’altro su whatsapp. Infine abbiamo dormito 2 notti negli alloggi messi a disposizione dal Nyungwe Park: costano 200$ per 4 persone e vanno prenotati almeno con una settimana di anticipo su questo sito https://visitnyungwe.org/;
Moneta: la moneta ufficiale è il franco ruandese. I cambi più convenienti sono a Kigali nel palazzo CHIC Building. La maggior parte degli alloggi accetta sia euro che dollari;
Attrezzatura: il Rwanda è un paese densamente popolato e si trova facilmente da dormire, per questo non abbiamo portato la tenda. Tutto il percorso è fattibile con una gravel bike, ma per alcuni tratti, soprattutto lungo il Congo Nile Trail, una MTB front è più indicata e consente di godersi di più il viaggio;
Vaccinazioni e salute: nessuna vaccinazione è obbligatoria, tuttavia noi ci siamo recati al centro vaccinale prima della partenza e abbiamo fatto le vaccinazioni contro la meningite, il tetano, il tifo e l’epatite A. Può essere consigliata anche l’antirabbica pre-contagio. La malaria è considerata endemica in tutto il paese e pertanto è consigliata la profilassi antimalarica (noi abbiamo usato il malarone senza alcun effetto collaterale) e l’utilizzo di buoni repellenti antizanzare. Si consiglia di non lavarsi i denti con l’acqua del rubinetto, di bere solo acqua in bottiglia, di evitare verdure crude e bevande col ghiaccio. Consigliata una buona polizza assicurativa sanitaria;
Documenti e visti: per entrare nel paese è necessario il passaporto con 6 mesi di validità. Il visto costa 50$ e lo si può fare direttamente all’aeroporto.
