LA VIA EMILIA: INCROCI DI STORIA

di Francesca Orioli
Maggio 2016

Ave Console Emilio! Sono secoli che ho in testa l’idea di percorrere la tua nobile via maestra che da Rimini conduce a Piacenza. E finalmente in un soleggiato fine settimana di tarda primavera  la spedizione prende forma. Armati di marchingegno fotografico io e Giuliano ferriamo i cavalli dello scooter e via che partiamo alla scoperta della Via Emilia, a 2200 anni dalla sua costruzione. Il solenne Arco di Augusto di Ariminum, che fu eretto per segnare la fine della Via Flaminia, dà il via all’avventura. Sono le 8 di sabato mattina, la luce sbieca esalta il travertino, sotto la volta è tutto un brulicare di pedoni e biciclette pronti per i primi affari al mercato settimanale.  I gas delle automobili dell’incrocio antistante stonano quanto le merlature ghibelline. Circumnavighiamo il castrum e andiamo ad ingraziarci l’eterno Ponte di Tiberio che con la sua saggezza non può che augurarci buon viaggio.

Ariminum – Arco di Augusto

L’uscita da Rimini è uno sbalzo storico, sull’antico tracciato ora scorrono problemi moderni: facciate e balconi di case esasperate da traffico e rumore espongono striscioni in favore di una circonvallazione da costruire. Forse rimpiangono lo scalpiccio degli zoccoli.
Attraversiamo il Rubicone: il dado è tratto, la via è intrapresa, non torneremo indietro e porteremo a termine la nostra avventura. E incontriamo la prima casa cantoniera. Ho sempre avuto la passione delle case dell’Anas, sarà il colore, sarà la classica forma o forse il ricordo del nonno cantoniere. Arriviamo a Forlì,  Forum Livii che apre le porte al viandante proprio con il Foro. Le colonne romane dei luoghi simbolo dell’amministrazione della giustizia assumono qui i connotati più spinti del razionalismo anni trenta. Ad esaltare volume ed equilibrio, a fianco della Domus della Giustizia, è posto un gigantesco Icaro, idealizzazione di perfezione e virilità,. Eretto nel 1940 in marmo di Carrara, eletto uno dei simboli della città.
Usciamo da Forlì e per sdrammatizzare un po’ il peso della storia, antica o moderna, ci lasciamo coinvolgere in un book fotografico ad una barca posteggiata sul ciglio della strada. Non sembra un’idea commerciale, solo un problema di posto in garage.
Tocchiamo Bona,  Bologna sempre ben incollati all’asfalto della Via Emilia che prima diventa di Levante poi di Ponente per onorare infine il nostro console e assumere la toponomastica di Via Marco Emilio Lepido. Siamo già a Borgo Panigale e ci imbattiamo in una curiosa rotonda: un uomo gigante sorregge un camion.  E’ il monumento al camionista, un Gulliver di 9 metri in lastre di alluminio col bilico sulle spalle. Perché è l’uomo che porta in giro il camion e non viceversa. È li dal 2010, come tutte le opere d’arte contemporanee ha destato critiche ed elogi. A noi strappa almeno un sorriso di simpatia e diventa soggetto delle nostre foto.

Monumento al camionista

Sulla strada per Mutina, Modena, continua la celebrazione del lavoro: architetture industriali, carriponte giallo senape,  gru rosso inferno, carpiscono il viandante.
Passiamo Regium Lepidi, Reggio Emilia,  qui tutta la città onora con il proprio nome il console costruttore. Continuiamo sulla retta Via lasciandoci incuriosire da uno strano sovrappasso nei pressi di Sant’Ilario d’Enza. Vero che è pur sempre sua maestà la Via Emilia ma sto manufatto in vetro metallo e legno ci sembra di proporzioni un tantino esagerate per il movimento paesano. Una struttura a triumvirato: una vela-botte che parte della strada, un transetto che sovrasta, un impalcato che corre perpendicolare. Due sono i presunti pedoni avventori che potrebbero avere  interesse a farsi traghettare aldilà della strada: ma quello di sinistra, seduto sulla sua bici ferma sembra volgere la testa solo per vedere chi passa, e il pedone a destra, ben piantato a terra, muove solo gli occhi per contare i veicoli. Scopriamo che si tratta proprio del più classico scandalo all’italiana: milioni presi dalle casse del comune e mai messo in funzione. Anche sulla qualità artistica il dibattito si è infiammato sicuramente aiutato dalla vergogna dello spreco. Non ci curiamo delle (giuste) polemiche, guardiamo, fotografiamo e passiamo.

Sovrappasso a S. Ilario d’Enza

Il ponte sul Taro ci ributta nella storia, non antica ma pur sempre storia. Siamo nell’ottocento quando la duchessa Maria Luigia fece costruire il ponte più lungo dell’epoca con i suoi 565 metri sviluppato su 20 arcate.  Le quattro statue che accolgono il passante rappresentano i principali fiumi del parmense: la Parma, il Taro, l’Enza e lo Stirone.

Il Ponte sul Taro

Proseguiamo. Lo smistamento del traffico parmense è garantito da un groviglio di sopraelevate e rotonde: il manufatto moderno ha pile di sostegno che sembrano fionde di gruviera, originali e fotogeniche nel loro genere.

La fame si fa sentire ed è il caso di trovare una locanda per la notte.  La migliore offerta su internet ci porta a Montecchio Emilia, ritornando un po’ indietro di qualche chilometro. L’albergatore ci chiede se siamo li per la festa medievale, no, stiamo risalendo la storia partendo dall’avanti Cristo, gli raccontiamo,  e si mostra interessato alla nostra piccola impresa. In cambio gli chiediamo della festa. Si tratta della rievocazione storica di fatti accaduti nel 1114 con protagonista Matilde di Canossa: ogni anno un episodio diverso viene celebrato con i classici spettacoli di musici, arcieri e sbandieratori, duelli di spade, intrattenimento con giullari e danze dell’epoca il tutto condito da cibo e vino.

L’indomani di buon’ora si rimonta in sella. Ancora simboli del lavoro che fa degli emiliani brava gente. Ma si sa, le legioni cisalpine non sono solo dedite alla fatica ma anche ai piaceri della tavola.  Ed ecco che sulla strada, tra botti-silos, torri-ufo serbatoio, trattori arrugginiti e case cantoniere, spunta una Marilyn plasticosa che ammicca a bordo strada. Siamo ad Alseno e la nostra avvenente bambola stringe il suo seno in uno svolazzante abito rosso Ferrari che mostra tanto di coscia al vento per convincere il passante a ristorarsi all’osteria.  Non è tempo di pranzo né di cena e non ci resta che proseguire. A Fontana Fredda l’hotel Route 9 ci rammenta il sogno americano e poco oltre siamo incuriositi dal Santuario della Beata Vergine del Carmelo, il cui portone dà praticamente accesso diretto sulla Via Emilia. Pare che la Chiesa sia stata protagonista di qualche apparizione divina in una fontanella che chissà perché è stata trasferita altrove. Ma non ci facciamo accalappiare dai fantasmi e proseguiamo oltre.

E arriviamo a Piacenza, al cospetto del monumento ai pontieri. Datato 1928, la struttura al centro di un rotonda spartitraffico consta di 4 fasci littori e alla base statue bronzee a simboleggiare gli sforzi dei pontieri sul Po, oltre alla Dea Roma che innalza un pargolo, giusto per esaltare i valori del periodo storico di riferimento.

Cerchiamo il cippo che testimonia la fine della via Emilia sulle orme del tracciato storico e segna l’inizio del tratto aggiunto che arriva a San Donato Milanese. E’ un piccolo pilastro un po’ anonimo in cui è incisa la scritta Via Emilia SS 9 e l’acronimo A.A.S.S – Azienda Autonoma delle Strade Statali.

Il cippo che segna la fine della Via Emilia

Il nostro percorso si è compiuto: partiti con l’idea di fotografare in serie le architetture delle case cantoniere ci siamo ritrovati a scoprire storie curiose ed affascinanti e ad imparare  qualcosa di nuovo.

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