VIA DEGLI DEI IN 5 TAPPE: PASSI, PENSIERI E FANGO

di Francesca Orioli
1-5 maggio 2024

Da diversi anni nel mio immaginario mitologico c’era il sogno di percorrere la Via degli Dei, il percorso che collega Bologna con Firenze attraverso gli Appennini. Oltre al fascino del cammino in sé, che ha avuto decisamente una grande influenza, l’idea di un collegamento campestre tra la Dotta (o Grassa che sia – di fatto mi ha dato una cultura e non mi ha mai negato un piatto di tortellini) e la culla del Rinascimento, fa indubbiamente ‘figo’.  

La congiuntura astrale ha fatto scoccare nel ponte del 1° maggio il momento propizio, con un’organizzazione iniziata mesi prima.

In sé il cammino non è un’impresa titanica e non presenta particolari difficoltà tecniche per chi ha un po’ di allenamento e ha testato le proprie capacità. Certo possono far paura numeri come i 130 km da percorrere con oltre 4000 metri di dislivello con un po’ di chili sulle spalle .. ma è fattibilissimo, ognuno con i propri tempi. L’importante è non sottovalutare l’esperienza e partire consapevoli perché gli dei sono lì per essere ammirati ma non vi portano lo zaino né tantomeno vi mettono le ali. E c’è una divinità da temere più di tutti:  3B, dio del meteo, che conta più di Zeus. Vi minaccerà fino all’ultimo, mesi di meticolosa preparazione e incastri di prenotazioni potrebbero essere cancellati da un Giuliacci qualsiasi, ma bisogna resistergli, non ci sarà mai il meteo perfetto

Appunto parliamo di prenotazioni. Ecco la vera odissea del cammino: la ricerca del pernottamento. Nei mesi primaverili e a maggior ragione sotto ponti e festività il tutto esaurito si registra già da gennaio;  si possono valutare B&B un po’ fuori dal percorso che fanno servizio navetta recuperandovi e riportandovi sulla retta via. Sennò c’è sempre la tenda, con il suo peso, la sua vulnerabilità al meteo e l’affronto agli anni che passano. E’ un’opzione che abbiamo scartato a priori.

Un elemento di facilità certa, decisamente non scontato nella maggior parte dei cammini, è il raggiungimento del punto di partenza e di ritorno: due servitissime stazioni ferroviarie, Bologna e Firenze appunto.

Il sito ufficiale –  www.viadeglidei.it – fornisce tutte le info con elenco delle strutture per dormire e propone la ripartizione in 6 tappe per il percorso a piedi (e anche per bici). Noi  però abbiamo ripartito il giro su 5 giornate  così suddivise:

  1. Bologna Piazza Maggiore – Brento
  2. Brento – Pian di Balestra 
  3. Pian di Balestra – Sant’Agata 
  4. Sant’Agata – Bivigliano 
  5. Bivigliano – Firenze 

LO ZAINO

Chiaramente la preparazione dello zaino dipende dalla stagione e dal meteo previsto: per inizio maggio con previsioni di freddo e pioggia (la settimana prima era nevicato sui punti più alti del percorso!) e quindi con poca speranza di lavare-asciugare, lo zaino si è dovuto riempire adeguatamente anche in considerazione del fango che in effetti non ci ha mai abbandonato. I bastoncini, al di là delle abitudini di ognuno, diventano indispensabili proprio nel caso di fango. La presenza di fonti d’acqua è abbastanza frequente, le fontanelle sono segnalate su Walk+ l’app ufficiale (indicata dal sito).  

Dopo queste indicazioni di massima non ci resta che scendere dall’Olimpo delle ciance, piedi ben radicati a terra e si comincia a camminare.

GIORNO 1: Bologna Piazza Maggiore – Brento (33km +1100m, -700m)

Dalla stazione di Bologna raggiungiamo la fontana del Nettuno e San Petronio, foto di rito per immortalare le facce fresche come rose, prendiamo a destra verso porta Saragozza e l’Arco del Meloncello in direzione del Santuario della Madonna di San Luca. E si comincia con gradini e dislivello di prima mattina per arrivare in cima al colle della Guardia (280 m slm) dove è svetta il santuario, così entriamo subito nel mood. Piove ma siamo al riparo dei 666 archi del portico più lungo del mondo (anche in questo caso il numero fa un po’ paura!), incontriamo qualche processione salvifica, superiamo i 15 misteri della fede, alla resurrezione siamo già morti ma siamo solo all’inizio e non possiamo permetterci cedimenti mattutini. Le preghiere dei rosari devono essere servite, perchè arriviamo in cima e smette di piovere, almeno per tutto il primo giorno saremo graziati.

Cominciamo la discesa, una via Crucis accompagna i nostri passi, ultimo baluardo di monopolio sacro, ci immergiamo nel profano puntando verso il monte Adone, il dio più bello del percorso, che ci attende alla fine della nostra prima tappa.

Per un bel pezzo camminiamo in pianura attraversando il parco Talon, il parco della Chiusa e costeggiando il Reno, incrociando il Cammino della Lana e della Seta. Siamo già immersi nel verde brillante, circa all’altezza di Sasso Marconi ci imbattiamo nelle scenografiche pareti ocra del Balzo dei Rossi, oasi naturali e centri di protezione animali, alternando boschi a strade più ampie con dislivelli molto dolci. Siamo in mezzo alla riserva naturale del Contrafforte Pliocenico, qui milioni di anni fa insisteva un golfo marino e le rocce sono il frutto della sedimentazione di ghiaia e sabbia trasportate dai torrenti.

Arriviamo verso Badolo, fine della prima tappa ufficiale ma non entriamo in paese e proseguiamo per la seconda fatica della giornata: la mitica – e un po’ famigerata – salita al monte Adone.

Bello, non c’è che dire. Sicuramente una rappresentazione più rustica ma altrettanto statuaria della divinità olimpica con i suoi torrioni di roccia arenaria plasmate dagli agenti atmosferici. La salita è uno ‘strappetto’ di circa 200 metri di dislivello, arrivando ai 654 m della sua cima, che non sarebbe niente di che ma dopo i quasi 30 km di cammino pregresso e con il peso sulle spalle un po’ si fa sentire. Diciamo che la salita è un ‘accessorio’ nel senso che si può proseguire nel cammino senza la deviazione ascensionale, ma mica siamo qui per camminare e goderci il paesaggio? Eventualmente, se proprio, si può valutare di mollare lo zaino alla base e recuperarlo in seguito.

In cima ci aspetta un bel panorama sull’appennino bolognese che ci ripaga degli sforzi, qualche foto, ahimè un po’ pallida per via del meteo non proprio propizio, e giù che si scende.  Ancora circa 3 km e raggiungiamo Brento, ci concediamo un momento di ristoro al vivace circolo del paese Ai Piedi del Monte Adone (che ha spazio attrezzato per piantare le tende) e raggiungiamo il nostro B&B Ca’ di Mazza appena in tempo prima del diluvio universale. A Brento ci sono diverse strutture che ho contattato anche più volte speranzosa che si liberasse qualcosa: B&B da Mara (che al telefono si è dimostrata molto disponibile.. ma purtroppo ‘full’), B&B Bellatmosfera, la Piccola Raieda (appena prima del monte Adone). Il  B&B Ca’ di Mazza sinceramente non lo consiglio, non tanto per la struttura in sé, ma per il totale mancato senso di ospitalità dei gestori, cosa che avevo percepito sin dalle telefonate di prenotazione (infatti ho cercato fino ad una settimana prima una diversa soluzione ma non c’è stato verso). Il B&B ha sia camere private (alcune con bagno in comune) che tende montate o posti per piantare la propria tenda, può preparare su ordinazione una box per la cena. Prezzo non proporzionato al servizio, sacchetto di prodotti confezionati per la colazione. Il senso di ospitalità ha avuto il suo apice verso chi era in tenda sotto un diluvio pazzesco e si è sentito negare un posto all’asciutto per mangiare. Da notare poi che a chi prenota la tenda montata non vengono fornite coperte. Insomma  simpatia sotto le scarpe, evitate se potete.

GIORNO 2: Brento – Pian di Balestra (26km +1050m, -500m)

Sveglia presto, coda al bagno, colazione e si parte per Monzuno, dimora del secondo dio – mons Iovis, monte Giove. Qui procediamo su strada, in alcuni punti c’è un sentiero che la fiancheggia ma optiamo tendenzialmente per l’asfalto visto che il diluvio della sera prima ha lasciato i segni. Percorriamo circa 8 km, passiamo per Monterumici, Selve e Tre Fasci e incontriamo i primi tratti della Flaminia Militare, antica via risalente al 187 a.c. voluta da Caio Flaminio che collegava Bologna con Arezzo per scopi bellici. Dagli studi pare proprio che il basolato – solitamente utilizzato dai romani per vie urbane o sacre – venne utilizzato sui crinali dell’appennino per velocizzare gli spostamenti: considerato il terreno argilloso e il fango che abbiamo incontrato in questi giorni, ancora una volta i romani trovarono le soluzioni ingegneristiche più consone. 

Monzuno ci dà l’impressione di essere un paese molto ospitale: insegne creative e colorate sul percorso, una parete decorata per indicare la biblioteca comunale e diversi punti per rifornirsi: c’è la Crai, un forno, una bottega. Facciamo scorta per il pranzo, oltrepassiamo il paese e all’altezza dei campi sportivi cominciamo a salire, raggiungiamo prima località Campagne e puntiamo verso Le Croci. La pioggia comincia a farsi insistente. Anche se la mantella che svolazza al vento ci limita un po’ la vista, cerchiamo di goderci il paesaggio che nonostante il meteo è comunque molto bello, la ‘piana dei castagni’ particolarmente affascinante, i boschi verdissimi. Sulla nostra destra dovrebbe esserci il Monte Venere, ma noi terreni plebei col fango fino agli occhi, ci perdiamo la ‘bella figueira’ dell’Olimpo.

Nonostante la pioggia, il pantano e il vento apprezziamo l’ambiente circostante e i simpatici cartelli inneggianti la vita slow che incontriamo. Passiamo Le Croci e saliamo sul monte Galletto che al posto delle penne si ritrova le pale eoliche.

Alle 13 siamo a Madonna dei Fornelli, ci ripariamo sotto una tettoia per rifocillarci con il nostro provvidenziale panino alla porchetta che risolleva gli animi e ci riscaldiamo il corpo un tè caldo al bar dell’albergo Musolesi. La seconda tappa ufficiale finirebbe qui, la nostra prosegue per altri 5 km sul sentiero 019 verso Pian di Balestra dove si trova il rifugio Casa delle Guardie, un ostello con camerate gestito da personale gentile e ospitale, in pieno spirito da ‘montagnini’ (www.rifugiocasadelleguardie.it). La struttura è ben tenuta, i bagni nuovi, belli e spaziosi, ci sono lavabi esterni che si sono rivelati indispensabili per grattare via il fango da ovunque. Ci sarebbe uno stendino nella stanzetta della caldaia ma ben presto verrà assalito dagli indumenti di tutti gli ospiti con il risultato che non si asciugherà nulla, tranne le scarpe  – ma scusate se è poco. E’ un posto in mezzo al niente, immerso nel verde.  Nella sala comune viene servita la cena, disponibile anche senza prenotazione e la memorabile super colazione che vince il premio ‘colazione da campioni lungo la Via degli Dei’. La struttura dispone  anche di alcune stanze private e posti tenda e può preparare panini per il giorno dopo (se non si hanno scorte confezionate meglio approfittarne perchè non ci saranno punti di ristoro sul percorso). E’ un bel punto di incontro con gli altri camminatori, l’occasione per cenare insieme, scambiarsi esperienze del cammino e segnare sui libricini dei sogni luoghi futuri da visitare. Conosciamo qua i miei personali eroi della Via: due cani fantastici che hanno sgambettato per tutto il percorso con il loro ‘zainetto’ in groppa: i loro nomi li ho già dimenticati ma li ricorderò come il mitico Argo,  il cane di Ulisse e Mera la cagnolina di Icaro onorata nelle costellazioni da Zeus per la sua fedeltà.

GIORNO 3: Pian di Balestra – Sant’Agata (28km +600m, -1450m)

Dal bosco siamo arrivati e nel bosco ricominciamo a camminare,  in quest’ area sono presenti diversi tratti di selciato dell’antica Flaminia Militare. A Pian di Balestra siamo praticamente sul confine tra Emilia e Romagna, ci lasciamo alle spalle Bologna e ci proiettiamo verso Firenze. 

Ha smesso di piovere ma il fango rimane una costante. Dopo un’oretta arriviamo a località Capannoni e si apre davanti a noi un ampio spazio con vista sulle colline circostanti. Qui dovremmo essere nei pressi del monte Luario, dedicato a Lua altra divina del percorso, a lei nei culti romani venivano offerte le armi dei nemici sconfitti per ingraziarsi nuove vittorie.

Sempre nel bosco e posando piedi e bastoncini su basolati romani,  passiamo il laghetto del Passeggere, ma purtroppo ci perdiamo la Piana degli Ossi, un punto dove avremmo dovuto vedere resti di antiche fornaci per la produzione della calce risalenti al II secolo a.C..

Raggiungiamo Le Banditacce e suoniamo la campanella che segna che questo punto – con i suoi 1206 m  – è il più alto della Via degli Dei. E siamo anche indicativamente a metà strada rispetto a tutto il percorso.

Dopo circa 1,5 h dalla campanella arriviamo al Passo della Futa che oltre ad essere l’Olimpo dei motociclisti è anche luogo dove risiede il più grande  Cimitero Militare Germanico in territorio italiano. Negli anni ‘50 venne concesso alla Germania di edificare cimiteri in Italia per le vittime della Seconda Guerra Mondiale e questo al Passo della Futa è il più grande e ospita quasi 31.000 soldati tedeschi. Ricordando i massacri efferati soprattutto in questi territori dove correva il fronte di guerra della linea gotica, fa sicuramente un certo effetto stare in questo luogo, ma in fondo erano tutti poveri cristi giovanissimi ingannati da una guerra assurda. Dal punto di vista architettonico, il cimitero è molto interessante, in piena armonia con il paesaggio con una ‘scheggia’ in muratura che fende la collina.

La ripresa del cammino dopo il Passo della Futa è stato forse il momento più critico dal punto di vista dell’orientamento: l’imbocco del sentiero è ben segnalato ma poi siamo ricorsi più volte alla traccia gpx per capire se eravamo sulla retta via. Dopo un’oretta circa (magari meno se non si sbaglia strada..) arriviamo ad un cartello che – oltre ad indicarci che siamo sul sentiero europeo E1  – ci dà due alternative per raggiungere il passo dell’Osteria Bruciata, il prossimo step: un sentiero di difficoltà E verso destra oppure il sentiero EE che risale sul monte Gazzaro. Tronfi di energie e inclini a pratiche sacrificali su noi stessi per ingraziarci gli dei,  scegliamo la salita al Gazzaro. Uno strappetto da poca roba ci porta alla croce della vetta dove ci fermiamo ai tavoli da picnic e da dove ammiriamo il panorama che timidamente prova a regalarci qualche sprazzo d’azzurro tra le minacce di nuvoloni grigi  – che fortunatamente se ne stanno buoni.

Con la pancia piena affrontiamo la discesa dal Gazzaro, il sentiero ripido e fangoso che giustifica le EE e un pochino maledico, ma tutta colpa del fango. Ringrazio i provvidenziali bastoncini ai quali erigerò un altare devozionale al mio rientro; cercherò anche la ricetta della Mud Cake per rivivere in dolcezza questi momenti. Continuiamo seguendo le indicazioni verso l’Antico Passo dell’Osteria Bruciata, che raggiungiamo dopo un’ora e mezza dalla cima del Gazzaro (i cartelli sono un po’ contrastanti e comunque ha inciso la discesa scivolosa). Su questo passo si narra una truce leggenda: sorgeva qui una malfamata osteria dove pare che ai viandanti che attraversavano queste vallate toccasse una orribile sorte, quella di diventare la cena per gli ospiti del giorno successivo.

Siamo sul sentiero 46 e cominciano a comparire i cartelli per San’Agata e San Piero. Ad un certo punto (dopo circa 1,5 h dall’Osteria Bruciata) i due paesi sono indicati sia a destra che a sinistra, ma solo nella freccia a destra si legge in minuscolo un ‘VD’ che indica il nostro cammino. Abbiamo sentito racconti di altri camminatori che hanno proseguito verso sinistra e hanno maldestramente attraversato un campo di sterco di mucche…aguzzate la vista e seguite quel piccolo VD!

Ne abbiamo per un’altra ora e mezza arriviamo al paese di Sant’Agata che ci compare dall’alto con la sua caratteristica pieve romanica. I sovrani celesti ormai li abbiamo lasciati alle spalle, ritorna il monopolio cattolico.

Prima di raggiungere il nostro alloggio visitiamo la pieve che ha origini antiche ma che purtroppo è stata ampiamente rimaneggiata. Ci concediamo una sosta  all’Osteriola, il bar/gastronomia/ristorante fulcro della vita del paese con un gestore organizzatissimo e molto proattivo verso i clienti-viandanti. E’ chiaramente il punto di ritrovo di tutti i camminatori e l’occasione per scambiare chiacchiere e impressioni con chi abbiamo incontrato in questi giorni. Lì vicino c’ è anche un negozietto di alimentari.

Ci trasciniamo verso l’affittacamere il Mulino, dove si trova un antico mulino ancora funzionante (www.mulinoparrini.it/).

La proprietaria ci accoglie raccontandoci in sintesi il funzionamento di allora e di oggi, come con orgoglio la sua famiglia da generazioni tramanda la tradizione di macinare grani antichi e produrre il pane collaborando con scuole e associazioni. Peccato non essere capitati nei giorni della settimana stabiliti per la produzione! L’alloggio è molto rustico, le camere ricordano quelle delle nonne con letti in ferro battuto, comodini altissimi e comò ingombranti, un bel tuffo nel passato. Il trattamento è di solo pernottamento (magari nei giorni di produzione del pane non è così…), vengono messi  a disposizione un bollitore e una macchina del caffè, il prezzo è assolutamente adeguato al servizio. Ci siamo proprio sentiti bene in questo posto e lo consiglio decisamente. Per la cena siamo tornati all’Osteriola dove abbiamo mangiato ottimi tortelli mugellani di patate e formaggio al ragù, e tagliere misto di salumi e formaggi tutto davvero ottimo e a prezzi giusti. Rispetto all’affittacamere è a circa 400 metri, pochi tavoli all’interno ma tavolate di legno all’esterno, ambiente frequentato da molti viandanti (ma non solo) ed estremamente informale (noi ci siamo presentati in ciabatte e calzini peggio dei tedeschi più ruspanti), porzioni abbondanti, gestore simpatico e alla mano, insomma il posto ideale. Avevo chiamato qualche sera prima per prenotare ma da quanto ho capito un piatto caldo non lo negano a nessuno. 

GIORNO 4: Sant’Agata – Bivigliano (25km +1150m, -650m)

Freschi e riposati proseguiamo con la nostra impresa, riprendiamo il cammino per la via Gabbiano che porta dopo 3 km all’abitato di Gabbiano (dove ci sono almeno un paio di B&B per chi volesse allungare un po’ la tappa precedente), poi per altri 5 km a San Piero a Sieve.

Il paese qui è grandino e ci infiliamo in una Crai di tutto rispetto con un banco fornitissimo e molto invitante. Facciamo spesa per la colazione (la seconda a dir la verità) pranzo (focaccia con la finocchiona stratosferica) e pure per la cena. San Piero costituisce il punto di arrivo della quarta tappa ufficiale e ha diverse strutture per il pernottamento, va tenuto conto però che siamo in pieno Mugello quindi attenzione al calendario del MotoGP!

Facciamo visita alla pieve di San Pietro: l’esterno rievoca la sua struttura antica ma anche in questo caso l’interno è stato fortemente rimaneggiato; conserva però una preziosa fonte battesimale di Giovanni della Robbia, pronipote del più famoso Luca.

Di fronte alla pieve, prendiamo i cartelli in direzione della Fortezza Medicea – per la quale si potrebbe fare una piccola deviazione ma seguiamo il consiglio di altri camminatori che ci hanno detto che non ne vale per nulla la pena in quanto non si vede nulla  ed è in stato di abbandono. Seguiamo la strada che è una carrareccia (fangosa) che in alcuni punti si restringe e raggiungiamo località Trebbio adornata dai classici cipressi toscani che la rendono particolarmente caratteristica. La villa-castello non è praticamente visibile, ne emerge soltanto una torre, il piccolo borgo è molto grazioso anche se numerosi cartelli divieto di passaggio/divieto di sosta/proprietà privata rendono il luogo non proprio accogliente.

Proseguiamo poi su una larga strada sterrata, voltandoci spesso indietro nel primo tratto per fotografare il bel borgo appena superato con la campagna circostante. Per un po’ dimentichiamo il fango, incontriamo poderi con cavalli e asini, attraversiamo il benaugurante ‘Buonsollazzo’ che ci fa ben sperare ma dopo l’abitato di Tagliaferro dallo spiazzo Campo Romano ricomincia l’immancabile fango. A volte ci ritroviamo a fare i funamboli tra rami e tronchi caduti che ci permettono di attraversare quasi indenni la melma.

Dopo la sosta pranzo affrontiamo il monte Senario. Qui la vera fatica di Ercole non sarà certo la salita al monte, ma il riuscire a stare svegli e vigili con la focaccia alla finocchiona in corpo. Ma contiamo sui tipici liquori dei monaci del Sacro Eremo del monte Senario.

Alle 14,30 siamo già in cima e ci prendiamo tutto il tempo per una doppia dose di digestivo e caffè al bar dei monaci. La struttura del convento è molto interessante e si trova in un luogo idilliaco dal punto di vista naturalistico: qui nel lontano 1245 o giù di lì una piccola comunità di sette uomini ottenne la concessione dalla curia vescovile fiorentina di insediarsi e costruire un piccolo oratorio con pietre e legnami del luogo. E’ un luogo che emana calma e pace e ci sostiamo volentieri.

 

Nello scendere dal monte, siamo ormai su strada asfaltata, tralasciamo Bivigliano in quanto il nostro alloggio è leggermente oltre il paese. Seguiamo per la ‘Ghiacciaia’, un antico deposito oggi tristemente ridotto a poco meno di un rudere. La nostra tappa si chiude a Casa Milù, affittacamere senza pretese tranne che nel prezzo. Una casa vissuta con stanze riciclate per gli ospiti, bagni in comune, colazione morigerata in autogestione, insomma andrebbe tutto comunque benissimo se il prezzo fosse commisurato. L’alloggio è a 1,5 km dal convento di monte Senario, non si passa dal paese di Bivigliano a meno di una deviazione. Lì intorno non c’è nulla ma la signora si propone come home restaurant (noi vista la logistica e prezzi ci eravamo attrezzati alla Crai di San Piero).

GIORNO 5: Bivigliano – Firenze (20km +250m, -850m)

Eccoci arrivati all’ultimo giorno, soddisfatti di come abbiamo dosato i chilometri nei giorni precedenti, così oggi ci spettano solo 20 km per avere un po’ di energia per due passi a Firenze. Le previsioni assicurano tempo in netto miglioramento ma al momento, alle 7 del mattino, siamo avvolti in una triste nebbia. Puntiamo verso Vetta le Croci,  non illudiamoci che l’ultima tappa sia tutta discesa! Neanche il fango molla la presa, troveremo un momento prima di entrare in città per ripulire un po’ le suole. Attraversiamo campi verdi, sorridiamo davanti ad un estroso cancelletto azzurro che recinta il nulla cosmico, scorgiamo un cerbiatto che corre, non sembra di essere nei pressi di una grande città.

Dopo un paio d’ore arriviamo a Poggio Pratone (702 m), la nebbia si è diradata e anche se il cielo non è un bijoux da qui intravediamo davanti a noi i tetti di Firenze con l’inconfondibile profilo di Santa Maria del Fiore, la nostra musa ispiratrice per tutto il cammino. Se postassi una foto dovrei circolettare la cupola del Brunelleschi e metterci una freccina, ma mi basta il luccichio dei miei occhi e la soddisfazione personale. Sul Poggio Pratone stanno arrivando strani personaggi vestiti d’epoca: scopriamo subito che in giornata si svolgerà la rievocazione della battaglia di Montereggi tra Romani e Ostrogoti durante la quale il Generale romano Stilicone sconfisse l’esercito di Re Radagaiso, fermando così l’invasione degli Ostrogoti.  Una festa campestre fatta di giochi con munizioni storiche, palio degli arceri e… tante ambulanze piantonate ai margini del poggio. Non ci facciamo distrarre e proseguiamo con il nostro cammino in direzione di Fiesole.

Con un’altra oretta di cammino e arriviamo all’incantevole cittadina che con i suoi 300 m di altezza costituisce una terrazza privilegiata su Firenze. Per avvicinarci percorriamo via San Clemente seguendo poi le indicazioni per il campeggio che ci impongono un po’ di salita ma ci fanno risparmiare pericolose curve di viabilità ordinaria con poca visibilità. Raggiungiamo il centro e ci convinciamo che Fiesole merita decisamente una visita, magari la prossima volta con meno chili sulle spalle, meno fango ai piedi e più profumati. All’attivo ha un’interessante area archeologica con i suoi resti del teatro romano (nonchè un bagno accessibile anche a chi non ha acquistato il biglietto!) e l’interessante cattedrale di San Romolo nella bella piazza Mino.

Fiesole è per noi l’anticamera della civiltà… ci eravamo abituati a stare in una sorta di ambiente protetto, circondati da nostri simili, vagabondi con buon passo, bacchette tintinnanti, zaini fluorescenti, fango fino alle orecchie.

Si comincia a vedere gente vestita bene, che prende un aperitivo nei tavolini della piazza, che compra le pastarelle per il pranzo della domenica. Notiamo sguardi di ammirazione, ahh l’avrei sempre voluto fare commentano due zdore a spasso col cane, ‘ma è difficile’? si informano. Fiesole è un momento di decantazione, di assestamento, un purgatorio per metabolizzare che stiamo passando dal paradiso della natura all’inferno dell’assembramento di una delle città turistiche per eccellenza. Proseguono i chilometri ormai di puro asfalto, le nostre orecchie lasciano il canto degli uccelli e si preparano al vociare umano, in poco meno di 7 chilometri  gli sguardi dei passanti si tramutano da ammirazione ad indifferenza, passiamo dal sentirci ‘dei in terra’ che hanno compiuto un’impresa stellare a puzzolenti turisti nella masnada di piazze e vie affollate. 

L’ingresso a Firenze  avviene attraverso il quartiere Le Cure e visto il senso di sbandamento che ci sta prendendo, serve un po’ di confort food consolatore, anche perchè è ormai ora di pranzo. Puntiamo verso Via Borgo la Croce dove facciamo tappa da Schiacciamatta per una focaccia strabiliante  e un po’ più avanti Da’ Vinattieri per il panino con il lampredotto da mangiare rigorosamente in piazza della Signoria con fare trionfante. Grassi e carboidrati non placano del tutto il senso di estraniazione: in cinque giorni il fisico si era depurato dalla moltitudine, dalla gente che ti spinge, che ti viene addosso mentre appoggi le chiappe sotto il Laocoonte, che ti urta con il telefonino per farsi il selfie perfetto con il David. Non abbiamo fretta di tornare a casa e cerchiamo di goderci la soddisfazione dell’avventura fino in fondo passeggiando e godendoci il sole che finalmente è uscito con convinzione. Cinque giorni in cui il tempo è trascorso in maniera ‘giusta’ – né lento né veloce – un percepito quasi in misura oggettiva in sincronia con le lancette dell’orologio. Si è assaporato ogni momento, cinque giorni che sono durati davvero cinque giorni, sentiti passo dopo passo, pensiero dopo pensiero, con la mente che si è svuotata della quotidianità e riempita di leggerezza e serenità. I luoghi vissuti così intensamente rimangono scolpiti nella mente e nel cuore, ci si concentra sulle sensazioni e si ascolta di più il proprio fisico, appurando cosa è capace di fare con annessa maggiore fiducia in se stessi.

Ma il il caos di Firenze è qui per riconnetterci  con la realtà che dal giorno dopo ritorna, fatta spesso di stress e ansia. Non resta che un ultimo peccato di gola: i cantucci morbidi della biscotteria Il Cantuccio di Via Nazionale, nostra tappa fissa ogni volta che si passa da Firenze. E se dobbiamo finire all’inferno nel girone dei golosi, inferno sia, nel paradiso dell’Olimpo siamo già stati.

 

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