TIBET: L’AUTISTA E IL PANCHEN LAMA FANTOCCIO

di Francesca Orioli
Agosto 2014

Il nostro autista era un vero dritto, guida ‘sportiva’ ma sicura e attenta, un ‘manico’ insomma. Ci stava accompagnando in un viaggio stupendo, tra monasteri suggestivi, paesaggi rigogliosi e villaggi brulicanti. La comunicazione era ridotta all’osso, si limitava a gesti e occhiate. Avevamo istituito in ‘pipi stop’ la frase giusta per richiedere una sosta tecnica e fortunatamente non avevamo dovuto inventarci null’altro per richiedere una fermata d’emergenza per malori vari. Non ci parlavamo ma si era instaurata, a pelle, una simpatia reciproca, lui era incredibilmente gentile, noi animavamo il tragitto cantando a squarciagola le canzoni degli anni 80, Pupo e Louis Miguel in testa. Forse a ben pensarci non gli saremmo stati così simpatici. Il suo volto era spesso impassibile, si sarebbe detto ‘estremamente professionale’, e in Tibet chi ha a che fare con i turisti deve esserlo per forza. Anche parlando inglese, guai a lasciarsi andare un commento che potesse rimandare alla dominazione cinese, si rischia come minimo il posto (ma molto probabilmente ben altro), nel caso si venisse a sapere. Guai.

Ma c’è stato un momento in cui un gesto è stato più emblematico di mille parole. In un tratto di strada sul nostro lungo percorso, le guardie cinesi (disseminate ovunque che fermano in continuazione, controllano carte e scrivono e riscrivono ideogrammi) intimano di fermarsi. Bisogna rimanere fermi in quel posto, per un po’. Proviamo a chiedere spiegazioni, l’autista con un gesto di stizza dice ‘Panchen Lama’ e intuiamo che dobbiamo attendere il passaggio dell’autorità. Quanto, non si sa, ma non lo sa neanche lui, intuiamo, sembrano tempi lunghi e ci fa scendere dalla macchina. Il Panchen Lama è la seconda autorità religiosa per i tibetani, dopo il Dalai c’è lui. Il Panchen è colui che ha il compito, dopo la morte del Dalai Lama in carica, di riconoscere la nuova reincarnazione, interrogando gli oracoli e interpretando sogni e presagi. E allora perché prendersela tanto per far passare il corteo di cotanta autorità? Dovrebbe essere un onore per un popolo così religiosamente ossequioso. La spiegazione è disarmante: l’attuale Panchen è un fantoccio messo dai cinesi. Quello vero, riconosciuto dall’attuale Dalai Lama, è stato rapito dal governo cinese all’età di 6 anni con tutta la sua famiglia. E ovviamente quel rapimento, avvenuto nel 1995, è avvolto nel mistero. Le autorità cinesi affermarono di doverlo tenere in custodia per la sua sicurezza, giocando su alcuni screzi storici che a volte avvenivano tra Dalai Lama e Panchen Lama. Hanno fatto anche sapere recentemente che il ragazzo, ormai quasi trentenne, starebbe bene ma non vuole “essere disturbato”. Fonti non certificate lo danno per morto di cancro, notizia negata sia dalle autorità cinesi che non ammetterebbero di non aver ‘custodito e protetto’ una figura autorevole e negata pure dalle alte cariche teocratiche tibetane che non possono ammettere di aver individuato un eletto senza speranza di vita. Molte fonti sono invece concordi nel ritenere che le autorità cinesi lo abbiano semplicemente fatto fuori. Una mossa per l’ateo grande colosso comunista per stroncare la continuità del buddismo tibetano, elemento che contraddistingue la cultura tibetana stessa, per decretarne la fine assoluta. Con buona pace delle Nazioni Unite per le quali pesano notoriamente più gli interessi commerciali con la Cina che i diritti umani del popolo tibetano.

Vaghiamo due ore in quell’angolo sperduto di Tibet, finché le guardie cinesi ci invitano a raccolta: sta per passare il corteo e bisogna fare ordine. Saliamo in macchina. E il torpedone passa ma i nostri sguardi sono concentrati sullo specchietto retrovisore per vedere l’espressione del nostro autista. Che si lascia andare ad una fantomatica imprecazione tibetana e ad un gesto verosimilmente corrispondente ad un nostro impudente dito medio. Solidali con lui rimaniamo in silenzio, niente musica ne tantomeno Pupo a squarciagola. Cogliamo l’occasione per mettere a fattor comune quello che ognuno di noi ha letto sull’argomento e ci viene in mente come anche la nostra guida turistica, all’interno del tempio Tashilhunpo, tradizionale residenza storica dei vari Panchen Lama, ci avesse raccontato con passione e trasporto la storia dei di ogni singolo Panchen della cultura tibetana, dal primo al decimo. Dell’undicesimo nessun commento.

Tashilhunpo

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