RUSSIA: LUNGO LO YENISEY

di Sandro Toso
Agosto 2016

Il suo nome probabilmente a molti non dirà nulla, e anche per chi lo conosce non avrà lo stesso significato evocativo del Nilo o del Rio delle Amazzoni, anche la sua importanza in tempi antichi e ancora attuali non è inferiore.

Lo Yenisey, o Yenisei o Enisej come potrete vederlo scritto è il fiume più lungo della Russia, e il quinto del mondo.

Con i suoi oltre 4.000 chilometri che partono dal confine mongolo, nella Repubblica di Tuva “centro dell’Asia” fino al glaciale Mare di Kara, taglia in modo perpendicolare l’immenso Paese dividendolo in due parti quasi uguali.

I tempi del nostro viaggio non ci consentono di navigarlo tutto, anche se in estate sarebbe possibile, ci accontentiamo del tratto, peraltro non breve, che dalla grande città di Krasnoyarsk conduce alla sperduta cittadina di Igarka, la più a nord che ci è possibile raggiungere senza permessi speciali, costosi e difficili da ottenere.

Lo possiamo vedere due volte, la prima dall’oblo dell’ aereo che da Krasnoyarsk ne sorvola per tre ore il corso, poi dal ponte della nave che impiegherà tre giorni per riportarci al punto di partenza.

Il volo su piccolo bimotore a elica è piacevole, volando ad un’altezza minore di quella dei grandi jet ci consente di vedere bene il corso serpeggiante del grande fiume attraverso la Taiga, in mezzo ad un piatto oceano verde di betulle e prati, senza nessuna montagna all’orizzonte, dove anche la geografia umana è minima, qualche strada pochissimo trafficata, qualche fattoria ex kolchoz e qualche villaggio sulle rive, qualche imbarcazione i cui passeggeri staranno probabilmente facendo lo stesso che io sto facendo ora e farò dalla loro prospettiva nei giorni seguenti, volgere lo sguardo verso quell’altro mezzo di trasporto che incrocia in questi immensi spazi.

Il piccolo aeroporto di Igarka è su un’isoletta in mezzo al fiume, un traghetto e poi un pulmino ci portano alla città, o almeno a quello che ne rimane.

Nel giro di qualche decennio, a causa del venire meno dell’importanza dell’industria del legname, Igarka è passata da 30.000 a 5.000 abitanti, molti dei quali non vi risiedono nemmeno stabilmente.

I palazzoni residuo dell’epoca sovietica, ora spogli e abbandonati, più che mai fuori luogo in questo contesto in mezzo alla foresta, le conferiscono un aspetto di città fantasma.

Nella sera di agosto in cui ci capitiamo, un silenzio irreale ci consente di sentire arrivare una motoretta già da molto lontano, per le strade vediamo solo qualche ragazzino che gioca nello spiazzo in mezzo ai casermoni e qualche anziano, incuriositi dalla nostra presenza.

Gli edifici, anche quelli ancora abitati, sono per lo più in cattive condizioni a causa del permafrost, il terreno ghiacciato che, con i suoi periodici cedimenti, mina la stabilità delle fondamenta e provoca vistose crepe.

Nei mesi invernali, durante i quali il fiume è ghiacciato e i voli resi molte volte difficili dal maltempo, queste località restano isolate anche per periodi abbastanza lunghi.

Rimaniamo solo qualche ora in questo luogo, peraltro a modo suo affascinante, poi ci rechiamo al molo fluviale, nei pressi del porto in gran parte in disuso, ad aspettare la nave che risalirà la corrente per tre giorni fino a Krasnoyarsk.

E’ l’una di notte quando l’imbarcazione arriva, ma è ancora chiaro: siamo a 160 chilometri a nord del Circolo Polare, e il chiarore boreale attenua parecchio la differenza fra notte e giorno.

La nave arriva dagli scali più a nord già carica di passeggeri, e a mano a mano che si prosegue ne caricherà molti altri.

Per molte piccole località prive di aeroporto, il fiume costituisce ancora adesso la principale via di comunicazione, e l’arrivo della nave, un paio di volte la settimana, è l’evento più importante nella monotona vita dei villaggi, come pure per noi passeggeri costituisce un diversivo durante la piatta navigazione.

In molti casi il fondale è troppo basso perché la nave possa attraccare a riva, e si assiste così all’arrembaggio di diverse piccole imbarcazioni, alcune veramente in cattivo stato, che si affiancano alla nave per caricare e scaricare sacchi di mercanzie, posta e passeggeri, a volte intere famiglie.

Tanta gente di questi villaggi lavora o studia a Krasnoyarsk o in altre città più a sud, e in questa stagione è un andirivieni di lavoratori e studenti che partono o rientrano dalle ferie o vacanze estive, si vedono saluti commossi di famigliari che accompagnano sulla barca il loro congiunto che parte e che non rivedranno per mesi, gente che accoglie con un abbraccio qualcuno che arriva, barcaioli che fanno un salto a bordo per scambiare due chiacchiere con i marinai, poi le barche tornano a riva, la nave riparte, la gente continua a salutare dai moli che diventano sempre più piccoli in lontananza.

La navigazione è rilassante, il fiume è calmo e la nave abbastanza confortevole, almeno per chi come noi sta nelle cabine sopra coperta, è un viaggiare che sa di altri tempi, con la sua lentezza piacevole per chi, come noi, non ha fretta.

Siamo gli unici stranieri a bordo, non parliamo russo e pochi dei passeggeri sanno qualcosa di inglese, ma il tanto tempo a disposizione favorisce qualche abbozzo di conversazione, e la vodka che, da buoni russi, i nostri nuovi amici ci invitano a bere in compagnia è un ottimo elemento di socializzazione.

Brindisi mattutino offerto da una simpatica compagna di viaggio russa

Quando non si ha nient’altro da fare, ossia per buona parte del tempo, ci si siede sul lato del ponte esposto al sole, e si resta pigramente a vedere scorrere le rive coperte di betulle.

Il fiume in alcuni tratti è talmente largo da sembrare un lago,procedendo verso sud diventa più frequente l’incrocio con altri natanti, navi passeggeri e soprattutto navi cisterna e grandi chiatte per il trasporto di merci.

Anche la differenza fra notte e giorno si accentua, e le sere sul ponte sono i momenti migliori.

L’orizzonte è sempre sgombro, si segue il sole in tutta la sua parabola discendente fino a vederlo scomparire, mentre i suoi riflessi rossi colorano il cielo e si riflettono nella calma superficie del fiume, poi è il turno della luna e delle stelle di farci compagnia in queste serate sotto il grande cielo siberiano.

La temperatura è mite, il venticello prodotto dal movimento della nave libera dai moscerini, fastidiosi quando ci si ferma, e, nel silenzio rotto solo dal lontano ronzio del motore e dal debole sciabordio dello scafo che avanza, salutiamo quest’altro giorno sul grande fiume che se ne va.

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