IRAN: CITTA’ DA SOGNO E DESERTI INFERNALI

di Sandro Toso
Agosto 2012

LA RAGAZZA DI TEHRAN

Il primo contatto con la realtà iraniana lo abbiamo all’aeroporto di Istanbul, discorrendo con una ragazza che sta tornando dalla sua famiglia a Tehran per un periodo di vacanza dai suoi studi che svolge a Roma.

Per gli iraniani, ci racconta, avere un permesso di studio in Italia è più facile che nella maggior parte dei paesi europei, e anche la popolarità di cui gode il nostro paese nella repubblica islamica è un fattore che influenza la loro scelta.

La guardo mentre istruisce Monica, l’unica donna del nostro gruppo, sulle regole che le donne devono osservare.

E’ una ragazza davvero bella, un profilo greco che riscontreremo in molti iraniani, due occhi neri vivacissimi e uno sguardo incantevole, è già vestita con l’abito di rigore per tutte le donne in Iran che copre completamente braccia e gambe, le tre ore sull’aereo sono le ultime durante le quali i suoi bei capelli neri saranno liberi dal velo, quando la rivedremo allo sbarco ci saluterà con il suo incantevole sorriso da sotto lo chador, per avviarsi al controllo passaporti in fila con decine di nere figure tutte uguali…tristezza.

Ci racconta che le regole sono oggi un po’ meno oppressive che ai tempi di Khomeini, che i giovani hanno qualche libertà in più, anche se naturalmente non quelle che vorrebbero, e che ci accorgeremo della cortesia e socievolezza degli iraniani, cosa che si rivelerà assolutamente vera.

La chiamata del nostro volo interrompe la conversazione, ci separiamo dalla nostra amica che sull’aereo sarà seduta lontano da noi, e con l’impazienza che nonostante tanti anni di viaggi ci assale ancora alla scoperta di un paese nuovo siamo pronti per l’ultimo balzo.

BENVENUTI IN IRAN

All’aeroporto principale di Tehran, intitolato a Khomeini come tutto ciò che in Iran è importante, troviamo ad attenderci la nostra guida Mahyar con l’autista Hossein.

Si riveleranno personaggi eccellenti per la buona riuscita del nostro viaggio, Mahyar ha studiato architettura a Torino e parla bene la nostra lingua, è gentile e modesto, diventerà presto un amico oltre che una guida.

La prima sosta la facciamo lungo la superstrada che dall’aeroporto ci conduce in città, presso il Santuario dell’Imam Khomeini.

La scena ci appare un poco surreale: sono le tre del mattino, ma dall’enorme edificio illuminato a giorno gli altoparlanti diffondono incessantemente un lento salmodiare, e i fedeli in visita non mancano, scaricati ad ogni ora dagli autobus provenienti da tutto il paese.

Non mi sentirei di dire che questo posto è bello, mi sembra una dimostrazione di regime più che di fede, anche se l’ambiente non è tetro, anzi la presenza di tante famiglie che campeggiano nei prati vicini lo rende vivace.

Ci rechiamo in albergo attraversando la città, che, pur essendo una megalopoli di 15 o forse più milioni di abitanti, durante la notte è quasi deserta, una calma che non ricorda certo le grandi città occidentali.

Riusciamo a concederci qualche ora di sonno prima di partire per la visita di Tehran, che non è il posto più interessante dell’Iran ma offre comunque qualcosa che merita di essere visto, come il Museo Nazionale e quello degli ori, ma soprattutto ci consente un primo sguardo su qualche aspetto di vita quotidiana che ritroveremo poi nell’intero viaggio.

Nell’intenso traffico si riconosce ancora qualche esemplare della gloriosa Paykan, per decenni simbolo dell’industria automobilistica iraniana, ora quasi del tutto rimpiazzata dalla più moderna Samand e da vari modelli occidentali.

Le gigantografie di Khomeini e del suo successore nel ruolo di guida suprema Khamenei sono quasi sempre in coppia, ai due lati di una strada o dell’ingresso di un edificio pubblico, e sovrastano di gran lunga quelle del presidente Ahmadinejad.

Teheran Torre Azadi

Siamo nel periodo del Ramazan, che quest’anno cade in agosto, ma non avremo mai problemi nel trovare da mangiare (generalmente bene) a tutte le ore, come ci spiega Mahyar l’adesione al sacro digiuno è volontaria per tutti, musulmani e non, l’unica richiesta che ci viene fatta, molto ragionevole, è di non mangiare in pubblico.

Cominciamo anche a familiarizzare con i volti di giovani che sembrano guardarci severi da ritratti appesi agli incroci, nelle piazze, o dipinti su muri di moschee o edifici pubblici, solitamente con sfondo di paradisiaco verde e contornati di scritte e fiori.

Li ritroveremo in ogni città e paese: sono gli innumerevoli caduti, nell’immane tragedia della guerra con l’Iraq, che dal 1980 al 1988, privò il paese della sua migliore gioventù.

L’Iraq di Saddam Hussein che scatenò la guerra, spalleggiato allora dagli Stati Uniti in funzione anti-khomeinista, aveva armamenti più moderni ed efficaci, ai quali l’Iran oppose una moltitudine di giovani mandati spesso allo sbaraglio.

Dopo otto anni, la guerra si concluse sostanzialmente senza vincitori né vinti, e costò da parte iraniana almeno mezzo milione di vite (forse molte di più). Io e i miei compagni di viaggio, nati tutti nella prima metà degli anni sessanta, riflettiamo sul fatto che le nostre generazioni, per l’Iran, sono l’equivalente di quelle nate in Italia negli ultimi anni dell’ottocento, sacrificate durante la Grande Guerra…fortuna o sfortuna nel nascere.

ISFAHAN

“Dai, mettiamo la testa fuori dal finestrino e sorridiamo, ci stanno vedendo al Pentagono!”

La battuta sorge spontanea nelle vicinanze di una grande area recintata e difesa da batterie contraeree, che la guida ci raccomanda di non fotografare: è uno dei siti dove si lavora all’arricchimento dell’uranio ufficialmente per impieghi civili, molto probabilmente invece per scopi militari, e che sono nel mirino degli Stati Uniti e specialmente di Israele, unica potenza atomica nella regione, che non tollera che altri vogliano contenderle il primato.

Parecchi scienziati che lavoravano al progetto sono stati assassinati negli ultimi anni probabilmente dal servizio segreto israeliano, e i siti sono sotto la costante minaccia di incursioni aeree.

Brutte cose, ma adesso puntiamo verso la nostra prossima meta, la mitica Isfahan.

Isfahan piazza Iman

Il cuore pulsante della città è la piazza voluta dallo Scià Abbas il Grande e adesso ribattezzata Piazza dell’Imam (Khomeini naturalmente).

E’ la seconda piazza del mondo per grandezza, dopo la Tienanmen di Pechino, ma, a differenza dell’algida piazza cinese, qui il tesoro non sta solo nelle bellezze architettoniche, ma anche nella ricca e vivace umanità che la popola, soprattutto dopo il tramonto.

Ed è sera quando ci giungiamo la prima volta, per rimanere incantati dalla grande cupola illuminata della moschea, dalla lunga fila di zampilli della fontana nella quale i bambini fanno il bagno indisturbati, dai calesse trainati dai cavalli che girano intorno, e dalle molte famiglie che fanno il loro picnic negli spazi verdi centrali.

Tante persone vogliono attaccare discorso, non per cercare di venderci qualcosa come di primo acchito sospettiamo, ma per chiederci del nostro paese, raccontarci qualcosa del loro, e concludere con un ciao e una stretta di mano.

Le donne anziane sono avvolte nei loro tetri abiti neri, le ragazze giovani si prendono qualcuna delle libertà che la nostra amica all’aeroporto ci aveva detto: abiti dai colori vivaci, scialli tenuti all’indietro in modo da mostrare almeno una parte dei capelli, rossetto e smalto sulle unghie, e tanta voglia di parlare, ridere e scherzare, scriverci i loro nomi e indirizzi e-mail, esercitare il loro inglese.

Persino i poliziotti hanno voglia di chiacchierare e di chiederci dell’Italia, e le famiglie ci chiedono di sederci con loro sull’erba, in questa idilliaca sera d’estate sembra lontano anni luce l’Iran degli ayatollah, dei martiri e delle pubbliche impiccagioni, l’amabilità che il suo popolo conserva nonostante i molti problemi si rivela appieno.

Isfahan picnic con famiglia iraniana

Isfahan ha molti punti di interesse, ma alla fine torneremo sempre qui alla piazza e nei suoi dintorni, sotto i porticati del Bazar dove –meraviglia delle meraviglie- troviamo una torrefazione che fa il caffè espresso all’italiana, alla grande Moschea dell’Imam decorata con miriadi di piastrelle blu, turchesi, gialle, che formano mosaici di arabeschi che prendono la vista, e alla sua piacevole gente.

Visitiamo anche il quartiere armeno di Jolfa, con le sue chiese e i suoi edifici tradizionali, che è uno dei principali centri della cristianità iraniana. Nonostante l’Iran sia una repubblica islamica, le altre religioni sono tollerate, cristiani ed ebrei (quella iraniana è la seconda comunità ebraica del Medioriente dopo quella israeliana) possono praticare il loro culto, avere le loro scuole e anche consumare alcol purché in privato.

YAZD

Le grandi Torri del Silenzio dominano la città dalle vicine colline.

Qui, fra queste mura circolari che li proteggevano dagli animali terrestri, fino a mezzo secolo fa i defunti della comunità zoroastriana venivano deposti per essere divorati dagli avvoltoi e in questo modo, secondo la credenza, essere portati in cielo.

Oggi questa pratica non è più in uso e all’interno delle torri vi è solo un grande spiazzo vuoto, vale comunque la pena di venire fin quassù per godersi il panorama della città.

Yazd, torre del silenzio e badgir

Sorta in mezzo al deserto, la città vecchia di Yazd è costruita quasi interamente di mura di fango. Il colore marroncino, le piccole finestrelle, gli stretti vicoli ricordano le kasbe dei paesi arabi.

Per portare un po’ di sollievo dalla calura, in un’epoca in cui non esistevano i condizionatori, le case vennero dotate di badgir, o torri del vento, ingegnoso sistema che convoglia ogni minimo alito di vento nei locali sottostanti e che ha tuttora la sua efficacia.

Verso sera ci inerpichiamo per una scaletta che ci conduce allo stretto spazio che contorna la cupola di un antico palazzo.

E’ l’ora migliore per godersi da qui la vista della città. Man mano che il rosso sole tramonta le ombre si fanno più lunghe, i colori più soffusi, i contorni delle figure più morbidi, e le voci dei muezzin diffuse dagli altoparlanti creano quell’atmosfera magica che si trova solo in questi luoghi.

Scendiamo quando ormai è buio e ci avventuriamo per il dedalo di vicoletti.

Yazd

Per chi pratica il Ramazan è finalmente l’ora in cui si può mangiare, e dall’interno delle case si percepisce l’animazione.

Una porticina è aperta sulla strada, e da qualche passo di distanza allunghiamo lo sguardo all’interno. Decine di persone stanno cenando accovacciate sopra i tappeti, e i nostri sguardi curiosi non sfuggono a una ragazzina che sta sulla soglia e ci saluta con allegria. Rispondiamo al saluto e proseguiamo, ma appena voltato l’angolo sentiamo dei passi veloci che ci inseguono : la ragazzina di poco fa ci raggiunge, ci fa cenno di seguirla, e ci riporta alla casa dove prima abbiamo sbirciato.

La gente all’interno ci fa cenno di entrare. Un poco intimoriti, ci togliamo le scarpe e ci introduciamo nel grande locale, dal soffitto a volta sorretto da colonne, al cui interno i commensali ci invitano a sedere e a dividere la cena con loro.

Alcuni di loro che parlano inglese ci spiegano che è usanza celebrare la fine del digiuno con una festa comune, e che questa alla quale partecipiamo viene offerta a tutti da un anziano signore al quale ci presentano, che si dice onorato di averci per ospiti e rifiuta categoricamente ogni compenso anche solo simbolico.

Mangiamo pane appena sfornato, riso e un delizioso pasticcio di legumi. Sarà una serata indimenticabile, in mezzo alle famiglie con i bambini che vogliono giocare con noi e agli uomini che ci chiedono del nostro viaggio e del nostro paese. Fantastica ospitalità iraniana.

I KALUTS

La strada che in pochi chilometri scende dai 1700 metri di Kerman al livello del mare nel deserto del Lut è, dal punto di vista della temperatura, una discesa agli inferi.

Finora il viaggio si è snodato sull’altipiano, e il caldo, pure intenso, non è mai stato veramente opprimente. Oggi, dopo la visita alla cittadella fortificata di Rayen, che dopo la distruzione di Bam ad opera del terremoto del 2003 è rimasta il luogo più interessante da visitare nella zona, abbiamo deciso di provare l’emozione di raggiungere il luogo dove, qualche anno fa, è stata rilevata la temperatura più alta mai riscontrata nel pianeta, oltre 70 gradi centigradi.

Kaluts

Sono bellissimi, però, questi inferi: la strada asfaltata, che attraversa tutto il deserto per centinaia di chilometri fino a Birjand, scende nella prima parte incassata fra gole rocciose, poi fra dune, infine taglia come una lama una piatta distesa di un bianco abbagliante che si estende fino a dove lo sguardo può arrivare.

I Kaluts prima si confondono con l’orizzonte, poi le loro sagome si definiscono via via che ci avviciniamo: sono collinette e speroni di roccia friabile che il lavorio del vento e dall’acqua (pare incredibile ma c’è anche qui) ha modellato in forme bizzarre.

Il nostro autista si ferma in mezzo ad essi. Coraggio, bisogna scendere: non potremo mica raccontare di essere stati nel posto più caldo del mondo e averlo visto solo attraverso i vetri di un mezzo con aria condizionata!

Per nostra fortuna misuriamo “solo” 53 gradi, e il vento mitiga un poco il caldo, anche se a tratti ti spara in faccia la sabbia come uno schiaffo.

Kaluts: sciolto dal vento bollente

Eccoci qui, io e i miei amici Monica, Massimo e Marcello, con i nostri ottimi accompagnatori, a consumare l’ultimo pasto insieme sotto un riparo di frasche nelle vicinanze. La sera saluteremo Mahyar e Hossein a Kerman per tornarcene con l’aereo a Tehran, e di qui in Italia.

Il nostro viaggio finisce troppo presto, come tutte le cose belle, ma ora non pensiamo a questo, ridiamo e scherziamo con i nostri amici, godiamoci fino all’ultimo questa fortunata esperienza.

Il vento del deserto disperde le nostre risate nel vuoto circostante.

 

 

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