NEPAL: LA KUMARI

di Paolo Balbarini
Agosto 2014

Un re vide sul suo tappeto un serpente trasformarsi in una bellissima fanciulla. Il re le chiese allora di giocare a dadi; la ragazza accettò̀ e vinse la partita. Il re sconfitto si infuriò e la picchiò. La fanciulla, che in verità̀ era una dea, rientrò̀ nel serpente e disse al re: “Presto tornerò sulla Terra e tutti dovrete venerarmi”.

“Venite, sta per uscire la Kumari!” – grida Reena, la guida nepalese. “La venerazione della Dea Vivente è un rito unico al mondo, esiste solo qui, nella valle di Kathmandu” – aggiunge ancora Reena. Così ci spostiamo tutti nel piccolo cortile di questa bella casa in legno incastonata in Durbar Square, la piazza principale di Kathmandu. Le porte, come in tutti i palazzi della città, sono molto basse per noi occidentali e occorre piegarsi per entrare. Nel cortile alcuni addetti alla sicurezza impongono di sistemare le macchine fotografiche nelle borse e poi chiudono la porta d’ingresso perché non c’è più spazio per nessun altro visitatore. Un centinaio di persone assiepate nel cortile butta lo sguardo ad una finestra del secondo piano. Dopo pochi minuti si affaccia una bambina dallo sguardo triste. La fanciulla afferra la ringhiera della finestra mantenendo uno sguardo fermo, senza espressione, impassibile, poi si dondola un poco come se il parapetto fosse un’altalena. Rimane lì̀ alcuni secondi, poi, silenziosa come era arrivata, se ne va e rientra nella sua stanza.

I visitatori locali compiono allora alcuni gesti rituali, simili a preghiere; i turisti invece escono dalla porta e rientrano nella piazza per completare la visita della città.

“Avevo compiuto da poco tempo i cinque anni quando vennero a prendermi. Quanti erano quei signori vestiti in modo strano? Sette, oppure otto, non ricordo bene. Dissero a mamma e papà che per la nostra famiglia era un grande onore e una vera fortuna. Non so però̀ se si riferivano a me quel giorno parlando di buona sorte, probabilmente quello che pensavo io non importava a nessuno. All’inizio mi sembrava tutto un gioco. Mi lavarono e profumarono come non lo ero mai stata prima, la mia famiglia non era ricca e certe cose non ce le potevamo permettere. Mi misero vestiti bellissimi e, quando mi guardai allo specchio, mi sentii davvero la bambina più fortunata del mondo. Poi, però, mi dissero anche che, se fossi stata la prescelta, avrei dovuto abbandonare la mia casa, quel piccolo cortile dove avevo giocato fino al giorno prima con le mie amiche, e dove tutti i giorni davo da mangiare alle anatre e alle galline.

La Kumari – Acquerello di Ida Universo

 

Quando capii che i miei genitori non sarebbero venuti con me mi misi a piangere e non mi sentii poi così tanto fortunata. In me cercavano i requisiti per poter essere una dea. Non ricordo di preciso quali fossero ma dissero che volevano bambine con gli occhi e i capelli neri, le mani e i piedi proporzionati e delicati, nessuna ferita o cicatrice e la pelle chiara e profumata; mi dissero che io quei requisiti li avevo tutti e avevo anche qualcosa di più: le mie cosce erano leggiadre come quelle di un daino, il mio collo era limpido come una conchiglia e il petto era forte come quello di un leone.

Ma non era sufficiente.

 

“Se vuoi essere una dea, non devi piangere e non devi avere paura” – dissero i sacerdoti che mi avevano esaminata. Mi portarono allora in una grande stanza assieme ad altre bambine vestite come me; nella stanza c’erano tante teste di bufalo e di capra e da ciascuna di esse gocciolava un liquido rosso. Poi tolsero ogni luce dalla stanza. Nel silenzio, oltre al respiro delle altre bambine, sentivo il liquido che gocciolava sul pavimento; ne riconobbi l’odore e solo allora mi resi conto che le teste erano reali e che quello che gocciolava sul pavimento era sangue. Poi, tra inquietanti lampi di luce, vidi enormi demoni che eseguivano un’orribile danza nella stanza; solo dopo qualche tempo mi resi conto che non erano altro che i sacerdoti mascherati. In quel momento però mi balzò il cuore in gola dal terrore. Sentii le altre bambine piangere e urlare. Io avevo tanta paura, ma così tanta paura, che dalla mia bocca non uscì nessun suono, nessuna voce, nessun grido. Fu una notte terribile e interminabile anche se, dopo un po’ di tempo, riuscii a calmarmi. La mattina dopo entrarono i sacerdoti ma non avevano più le maschere; senza dire una parola congedarono le altre bambine e poi mi portarono in una stanza più piccola e mi chiesero di scegliere alcuni oggetti presenti sul tavolo. Presi prima un pettine, poi un bicchiere e infine una spilla; quando li deposi sul tavolo i volti dei sacerdoti si illuminarono con un sorriso e dissero sussurrando: “è lei”. Mi condussero in un’altra stanza dove mi vestirono e mi truccarono, poi mi portarono in quella che, mi dissero, sarebbe stata la mia nuova casa, un palazzo in legno nella Durbar Square di Kathmandu. Questo stesso palazzo dove vivo tuttora; questo palazzo che é la mia prigione; questo palazzo da cui posso uscire solo nei giorni di festa e solo trasportata su un palanchino perché i miei piedi non possono mai toccare il suolo. Dicono infatti che sono una dea, ma io mi sento solo una bambina a cui viene impedito di fare quello che fanno le altre bambine. Dicono anche che il giorno che perderò il mio primo sangue la dea uscirà dal mio corpo e ne cercherà uno nuovo. Però quel momento non è ancora arrivato.

Sento tante voci nel cortile, la folla si sta radunando. Ecco, mi hanno chiamata alla finestra. Devo andare e farmi vedere un’altra volta ancora. Il mio volto deve rimanere immobile e impassibile; così, mi hanno insegnato, si comporta una dea. La gente nel cortile pensa che io possa far loro del bene, ma non sanno quanta sofferenza porto dentro di me. Eccoli, sono tanti, come sempre; tra loro alcuni turisti con la macchina fotografica. I sacerdoti non vogliono che mi riprendano, dicono che una dea non può essere fotografata nella sua casa. Però c’è anche tanta della mia gente nel cortile, quella che da me cerca protezione e benedizione.

Devo andare a mostrarmi, io sono la dea bambina.
Devo andare a farmi vedere dalla mia gente, io esisto per loro. Devo andare, io sono la Kumari”.

 

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