KAILASH: PELLEGRINAGGIO ATTORNO AL GRANDE GIOIELLO DELLE NEVI

di Francesca Orioli
AGOSTO 2014

Da anni sognavo il Tibet e quando mi fu proposto un viaggio che includesse il pellegrinaggio intorno al Kailash, il monte sacro per eccellenza che origina quattro grandi fiumi dell’Asia, accettai con entusiasmo.

Ce n’era abbastanza per far scattare in me un immenso fascino verso questo viaggio: l’immaginario tibetano (a cui Brad Pitt ha sicuramente contribuito) la simpatia per il Dalai Lama e la possibilità di esplorare una zona poco conosciuta. Ma ciò che più intrigava la mia mente era l’idea del pellegrinaggio. Non che fossi pervasa da senso mistico, ma mi piaceva l’idea del cammino in sé, senza un particolare scopo religioso, solo camminare a fianco di persone molto diverse da me, con religioni anni luce dal mio vivere quotidiano e ragioni sicuramente più profonde. Non avrei certo cancellato tutti i miei peccati facendo il ‘kora’ attorno al Kailash, né mi sarei messa in fila per raggiungere l’illuminazione (per la quale servirebbero altri 107 giri!) ma ero sicura, sarebbe stata una grande esperienza di vita.

IL MAL DI MONTAGNA

Il pellegrinaggio dura solitamente tre giorni e si svolge ad altitudini elevate, oltre i 4.500 metri s.l.m. si svalica il passo a 5.660 m., quindi la preparazione fisica e l’approfondimento medico sul mal di montagna sono indispensabili. L’acclimatamento graduale all’altitudine indubbiamente aiuta: il nostro viaggio è partito da Lhasa e il trasferimento verso ovest, con tutte le tappe di visita, è durato circa una decina di giorni, ad altitudini tra i 4.200 e i 4.500 m.

A me ha dato supporto anche il Diamox, il farmaco diuretico che aiuta ad affrontare il mal d’altura. E’ prescrivibile dal medico, che darà tutti i consigli del caso anche perché non è leggero e abbassa molto la pressione: ognuno deve informarsi approfonditamente, la tematica è molto seria e non va presa sotto gamba.

PRONTI PER IL ‘KORA’

Dopo aver visitato l’incantevole Lhasa, martoriata ma poi rivalutata dagli stessi cinesi che ne hanno capito l’importanza turistica, ci siamo diretti verso ovest passando per paesaggi incantevoli e monasteri affascinanti dalle atmosfere raccolte che penetrano anche negli animi dei più atei; il lago Nam Tso, il Kumbum di Gyantse, il monastero di Shygatze, Sakya e Saga.

Il punto di partenza del pellegrinaggio attorno al Kailash è Darchen, 4.575 m. che, invece, di mistico e affascinante obiettivamente non ha proprio niente. La cittadina, sporca all’inverosimile, è un mix tra catapecchie maltenute e alberghi di foggia cinese, pronti a sfruttare commercialmente la ragione spirituale che spinge in quel luogo, che sembra in realtà dimenticato da Buddha.

Il nostro giaciglio è una camerata senza acqua corrente che ha il vantaggio di essere a gestione locale e non in mano alle catene cinesi. Questo ci conforta, almeno finché siamo ancora mediamente puliti prima del trekking. Il bagno è una cosa inimmaginabile e soprattutto irrespirabile come in molte altre tappe di questo viaggio, laddove si rimane fuori dai circuiti più battuti o nei quali i cinesi non ci hanno visto fonte di guadagno.

La mattina seguente si parte per il Kora, così è chiamato l’itinerario circolare attorno alla montagna che i buddisti fanno in senso orario mentre i seguaci dell’antica religione bön percorrono in senso antiorario. L’inizio del percorso è segnato da una distesa di bandierine colorate di preghiera, ricorrenti lungo tutto il pellegrinaggio. I nostri portatori sono gli yak che trasportano il sacco a pelo e le poche cose per la notte, nonché le scorte d’acqua e la cambusa. La temperatura di giorno è accettabile almeno per noi occidentali che disponiamo di scarponi da trekking, goretex e materiali tecnici. Nelle prime ore del mattino e man mano che si sale oltre verso i 5.000 m. gli strati devono aumentare, di notte serve il sacco a pelo da zero gradi perché le baracche-rifugi non sono certo riscaldati. Ci accorgiamo subito che di occidentali ce ne sono pochissimi e la cosa più bella in questo mosaico di culture è l’essere visti come ‘strani’: buddisti, jainisti, induisti e qualche seguace della religione bön, ma facce nostrane non pervenute o quasi. Vecchiette tibetane dalle lunghe trecce che camminano svelte come schegge in sandali e vesti tradizionali, uomini con visi solcati da fotogeniche rughe che procedono con pesanti bastoni di legno, marmocchi che si inerpicano tra i prati e tra le rocce, noncuranti che quelle stesse rocce sono funzionali separè ad uso toilette per tutti i pellegrini.

E ancora chi cammina sgranando il rosario e ripetendo il cantilenoso mantra Om Mani Padme Hum per convincersi che il Nirvana non va ricercato al di fuori della quotidianità, ma nel proprio cuore. Non hanno certo le nostre bacchette retraibili e gli zaini dalle mille tasche ma un bastone e una borsa di corda a tracolla. Loro probabilmente compiranno l’intero percorso in un giorno anziché in tre. Ci sono poi i fedeli che prendono alla lettera il senso del pellegrinaggio percorrendo il kora con la prosternazione alla preghiera: prima in piedi, mani congiunte che salgono sopra la testa e davanti al petto, poi in ginocchio e stesi per terra. Una sorta di grembiule in pelle per proteggere gli abiti e il corpo dallo strofinamento con il terreno e zoccoli nelle mani per scivolare meglio. A loro serviranno almeno tre settimane per circumnavigare il monte sacro. E ci sono anche tanti indiani, anche per loro il pellegrinaggio fa acquisire punti sulla scala divina, molti però affittano il cavallo, probabilmente la loro resistenza all’altitudine è ancora più scarsa della nostra e sicuramente hanno meno strumenti medici e tecnici per affrontarla.

Purtroppo la sporcizia è tanta, oltre ai materiali organici disseminati lungo tutto il percorso, abbondano anche le bottiglie in plastica abbandonate in ogni dove senza nessuna cultura ecologica.

Il primo giorno di cammino non presenta particolari difficoltà, il grande gioiello delle nevi, sua maestà il Kailash ci appare davanti nel tardo pomeriggio. Un diamante solitario. Si mostra inizialmente timido, nascosto tra le nubi basse, ma prima del calare del sole ci regala una splendida visione, un barlume di luce ocra bacia la parte alta della parete destra ed è un regalo divino.

Si dorme in in una sorta di foresteria di un monastero, si cena in una tenda montata appena fuori e il bagno è la natura circostante.

Per cena i cuochi ci preparano spaghetti per incamerare le energie necessarie per affrontare il passo a oltre 5.600 m. l’indomani. Li mangiamo con una voracità indegna, dopo giorni e giorni di verdure e riso ci sembrano un piatto luculliano. Una lezione di yoga tenuta dalla nostra guida, due chiacchiere e si va a letto presto.

La mattina seguente si parte alle 5, si affronta il tratto più duro, la salita al passo Drolma La a 5.660 m. La salita è abbastanza ripida, i 300 m di disivello hanno un bel tiro ma è ovviamente il respiro appesantito dall’altitudine il vero problema. E fa freddo, i piedi sono congelati nonostante l’abbigliamento adeguato, a tratti sento la pressione che scende e la testa che gira. Mi fermo, mangio barrette e pasticche energetiche. Ma rimanere fermi non è cosa, fa troppo freddo. Il gruppo si è un po’ sfaldato, i camminatori davanti, gli altri dietro a seguire, ognuno con il proprio passo senza forzare. All’apparire del giorno il Kailash regala il suo contributo di energia dando spettacolo con l’illuminazione del sole e il cielo terso.

Arrivo al passo, i compagni già arrivati mi abbracciano, e insieme abbracciamo quelli che seguono nell’impresa. Il sole splende, il riverbero è fortissimo con il ghiaccio. Quissù si usa lasciare qualcosa di proprio, raggiungere il Drolma La vuol dire rinascere quindi meglio spogliarsi di qualcosa della vecchia vita. Io non lascio niente di materiale sia mai che mi possa spogliare di qualcosa con un gelo così.

Ci mettiamo in posa per la foto di gruppo che verrà terribilmente contrastata e con tutti i protagonisti con gli occhi chiusi o comunque irriconoscibili per gli occhiali da sole e l’imbacuccamento. Si sciolgono le righe e comincia la discesa. Che non è un gioco da ragazzi perché il primo tratto è ripido e gelato. Qui diventano indispensabili le bacchette, anche per chi, come me, non le usa mai. Intanto il sole comincia a scaldare e la temperatura in breve tempo si alza. Man mano la discesa diventa più umana fino a diventare una semplice passeggiata. E ritorna anche il clima da relax, stanchi ma felici. E riscaldati. Ci fermiamo in una tenda-ristoro, mangiamo il contenuto della nostra lunch-box nonché le sacre scorte di parmigiano sottovuoto.

Di chilometri se ne macinano parecchi, perché arriviamo al secondo rifugio alle 5 del pomeriggio. Anche qui ci aspettano delle camerate, stavolta pseudo container. Le doghe dei letti sono assi messi a X, in uno di questi un compagno di viaggio si ritrova per terra. Esponiamo il problema alla guida che trova una semplice soluzione: basterà che ci si metta una figura più esile e il gioco è fatto. La filosofia tibetana aiuta lo spirito di adattamento! Mentre riposiamo in attesa della cena ci sembra di essere in un acquario: i pellegrini vedendo le finestre e la porta aperta, sbirciano dentro, incuriositi dal vedere facce insolite, sono sicura che se avessero posseduto una macchina fotografica ci avrebbero ritratto.

Il terzo giorno si completa il giro, il più è fatto, ormai più nessuna difficoltà a chiudere l’anello e ad essere pronti per l’escursione al lago Manasarovar, altra meta imperdibile dal fascino mistico ma decisamente più affrontabile dal punto di vista fisico.

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