HOLGUIN-SANTIAGO: CICLOVIAGGIO NELLA CUBA PIU’ VERA

di Silvia Benaglia
Febbraio 2024

L’idea del cicloviaggio a Cuba è nata tempo fa, più come fantasia che come progetto reale. L’idea era di andare a visitare un paese ancora fuori dalla globalizzazione, ma che fosse sicuro e che fosse nell’immaginario collettivo. Poi, un tassello alla volta, ha iniziato a prendere forma e il 20 febbraio io e mio marito Simone siamo partiti da Malpensa con un volo AirEurope per L’Habana con le nostre bici al seguito.

Dopo un paio di giorni trascorsi alla scoperta de L’Habana, ci siamo recati alla stazione dei bus Viazul per iniziare la nostra avventura. Siamo arrivati con largo anticipo come richiesto dalla compagnia, ma appena viste le nostre bici, l’impiegato al di là del bancone, probabilmente a caccia di mance, ci ha detto che non avrebbero viaggiato con noi, ma che sarebbero state spedite e sarebbero arrivate entro 5 giorni. Io ho perso 10 anni di vita. Per fortuna avevamo uno scambio di messaggi fatto prima di acquistare il biglietto che ci garantiva che le bici avrebbero viaggiato con noi. Il pullman tra l’altro era praticamente vuoto e non è stato difficile caricarle nel portabagagli, una volta smontata la ruota davanti. E così siamo partiti. Il viaggio notturno è stato lungo e pieno di scossoni. La cosa che mi ha colpito di più è stato il buio: buie le strade deserte e senza lampioni, buie le finestre delle case, buie le stazioni degli autobus dove si fermava. Siamo arrivati a Holguin con un’ora di ritardo e l’idea era di fare un giro veloce a visitare il centro. Tuttavia abbiamo capito che viaggio sicuro non vuol dire viaggio facile e non solo non abbiamo trovato nessun posto dove fare una colazione, ma abbiamo dovuto girare 3 negozi per approvvigionarci d’acqua, comprare 2 yogurt e un pacco di biscotti che sono stati la nostra colazione e abbiamo consumato seduti su una panchina. A quel punto era tardissimo e siamo partiti subito alla volta di Guardalavaca. La tappa prevedeva 66km e 500m di dislivello con diversi tratti sterrati che per fortuna, a parte un paio di guadi, si sono rivelati scorrevoli. Alle porte di Holguin abbiamo attraversato le solite piccole discariche a cielo aperto, poi il paesaggio si è fatto più selvaggio e lussureggiante. Abbiamo attraversato piccoli paesi fatti di case di fango e foglie e abbiamo pedalato vicino a laghi tra i banani. Siamo arrivati a casa di Yusmilka, la nostra host, nel tardo pomeriggio. Yusmilka, di origine iraniana, è solare, loquace (parla 4 lingue) e ha una bellissima casa con un letto comodissimo proprio in cima a una collina.

La tappa del giorno dopo era breve, solo 35km, perché volevamo goderci la mattinata sulla spiaggia caraibica di Guardalavaca: sabbia bianca, palme e mare cristallino.

Siamo ripartiti verso mezzogiorno e la nostra traccia ci ha portato quasi subito fuori dall’asfalto, ma questa volta ci siamo trovati su sentieri fangosi decisamente non ciclabili. Simone ha anche preso qualcosa dentro il cambio, distruggendolo. Ha dovuto accorciare la catena e ripartire con la bici monomarcia. Tornati sull’asfalto, abbiamo deciso di non lasciarlo più, ma anche così senza marce, non era facile: Cuba non ha grandi montagne, ma un’infinità di saliscendi. Quando abbiamo incontrato un ragazzo con una bici con cambio, gli abbiamo chiesto dove avremmo potuto trovare dei pezzi di ricambio. Lui ci ha detto che a Banes c’era un ciclista, ma che era difficile trovare pezzi di ricambio. Ha guardato il cambio distrutto e ci ha detto che secondo lui si poteva aggiustare. Così ci ha detto di chiamarsi Andrej, ci ha accompagnato a casa sua e con martello e pazienza, gli ha dato una sistemata. Di 9 marce ne andavano 5, ma meglio di niente. L’abbiamo ringraziato e siamo ripartiti alla volta di Banes dove siamo arrivati col buio. Qui pernottavamo in una casa particular prenotata non tramite AirBnB come tutte le altre, ma tramite un sito locale. I nostri host erano poco loquaci, ma la stanza era dignitosa e la cena buona.

Verso Banes al tramonto

La mattina successiva Banes si è rivelata una cittadina vivace con molta gente in strada. Abbiamo avuto il tempo di visitare un piccolissimo museo sulle civiltà precolombiane locali, davvero molto grazioso. Eravamo gli unici turisti e abbiamo dovuto fare la visita con la luce delle frontali a causa dei soliti black out che colpiscono tutta l’isola per la scarsità del petrolio che alimenta le centrali elettriche. Siamo poi passati dal famoso ciclista: aveva un cambio davanti, qualche ruota, ma non quello che ci serviva. Siamo dunque ripartiti verso Nicaro. La tappa di oggi era lunga, 84km e 500m di dislivello. Abbiamo cercato di stare il più possibile sull’asfalto, ma ad un certo punto non abbiamo resistito al richiamo dello sterrato e dopo qualche km ci siamo trovati in una specie di acquitrino. L’unico modo per attraversarlo era usare un ponte della ferrovia dismesso, così ci siamo arrampicati sulla massicciata e abbiamo iniziato a camminare lungo le rotaie. Non aveva un aspetto rassicurante: in molti punti le traversine mancavano e si vedeva il vuoto sotto. Comunque siamo arrivati incolumi dall’altra parte dove un contadino ci ha dato le indicazioni per tornare sull’asfalto. Una delle cose che più mi ha colpito, è che ovunque ci cacciavamo, non eravamo praticamente mai soli, incontravamo sempre qualcuno a cui chiedere informazioni. E non suscitavamo alcuna meraviglia. Magari il contadino ha pensato: “Ma cosa ci fanno quei due deficienti lungo la ferrovia con le bici?”, ma non l’ha assolutamente dato a vedere.
Nicaro non ha nessuna attrattiva, è un polo industriale dismesso, ma la casa dove eravamo era una villa super lusso con anche la piscina. Al solito però mancava l’acqua calda a causa dell’assenza di elettricità: in 3 settimane, avrò fatto 4 docce calde. Per fortuna il clima non era freddo e non era così fastidioso. Il nostro host era molto gentile e ci ha accompagnato a mangiare in un localino poco distante dove ci hanno servito un polpo buonissimo.

La mattina dopo ci siamo lasciati alle spalle anche Nicaro con le sue fabbriche abbandonate e ci siamo diretti verso Moa. Gli 84km di oggi sono stati caratterizzati da infinti saliscendi: 1km su, a volte anche con pendenze importanti, e 1km giù per un totale di 800m di dislivello. Anche Moa non ha grandi attrattive e il posto dove abbiamo alloggiato era abbastanza fatiscente con una grande macchia di umidità nella stanza da cui gocciolava acqua.

La tappa successiva invece è stata una delle più belle. Uscire da Moa è stato surreale: abbiamo attraversato un polo industriale con una fabbrica che trattava nichel e cadmio e rendeva il paesaggio post-apocalittico tra i fumi neri e i terreni attorno completamente bruciati. Lasciata la città, è finito anche l’asfalto, ma questa volta non era colpa della traccia: eravamo sulla carretera principale, ma era sterrata. Era incredibile vedere i vecchi pullman e camion che salivano sbuffando ed evitando le buche. A pranzo ci siamo fermati a una piccolissima baia orlata da sequoie. Purtroppo il tempo era nuvoloso (nonostante fossimo nella stagione asciutta, spesso il cielo era coperto) e i colori ne risentivano. Abbiamo incontrato anche una spiaggia più bella e grande, ma appena abbiamo messo piede a terra, siamo stati aggrediti da chi voleva venderci l’aragosta per pranzo, chi dei gioielli ricavati dal legno di palma e chi voleva affittarci le sdraio. Siamo rimontati in sella e ripartiti subito.

Dopo 77km siamo arrivati a Baracoa che è il centro più turistico della zona. In effetti la città era animata da saltimbanchi e popolata da pullman di turisti. Ha un centro carino con case coloniali colorate e ristrutturate, ma io l’ho trovata un po’ senz’anima. Abbiamo alloggiato in una graziosa casa particular dove le stanze si affacciavano su un patio centrale e abbiamo cenato in uno dei ristorantini che si trovano nella via centrale assaggiando il famoso pesce con latte di cocco.

La mattina dopo la colazione ci è stata servita su una terrazza con una bella vista sulla chiesa: frutta fresca, frullati, pane e marmellata erano indispensabili per affrontare quella che sulla carta era una delle tappe più impegnative: avremmo dovuto valicare le montagne scalando il passo La Farola per scendere sull’altra costa. Simone però ha avuto l’infelice idea di rimettere le mani sul cambio aggiustato da Andrej che fino a quel momento aveva funzionato benissimo col risultato che ha toccato i raggi e si è rotto un’altra volta. Per fortuna eravamo appena usciti da Baracoa, per cui mi ha lasciato a bordo strada con tutti i bagagli ed è andato a trovare un ciclista. Sono rimasta ferma per un’ora abbondante e, nonostante la mia aria sconsolata, nessuno, se non il padrone della casa più vicina, si è avvicinato per chiedermi se fosse tutto ok. Ovviamente anche lì trovare un cambio nuovo non è stato possibile, ma Simone ha trovato un ciclista che sempre a martellate, con un lavoro quasi di cesellatura, gliel’ha rimesso a nuovo.

Verso La Farola

Alla fine siamo partiti con un ritardo abissale sulla tabella di marcia, ma siamo partiti. La strada era bellissima, mai troppo ripida: saliva lasciandosi il mare alle spalle e tutto intorno si vedevano solo montagne verdeggianti. Abbiamo seguito lungamente il nastro d’asfalto che poi si lanciava in picchiata sull’altro versante fino a raggiungere di nuovo il mare. Qui il clima è più caldo e la vegetazione diversa: cactus crescono fin quasi sulle spiagge, spesso protette da scogliere dove si infrangono le onde.

Verso La Farola

Anche questa volta siamo arrivati nel tardo pomeriggio, dopo 72km e 1000m di dislivello e il nostro host era specializzato nell’accogliere cicloturisti da oltre 20 anni. Ci ha fatto leggere un diario firmato dai vari cicloviaggiatori che erano passati da lì e il nostro soggiorno è stato davvero gradevole.

La tappa del giorno successivo si è rivelata veloce e scorrevole coi suoi 84km e 500m di dislivello. Abbiamo seguito per un lungo tratto la costa, fino a una spiaggia dove ci siamo fermati a metà giornata. Non è un posto turistico (oltre a noi, c’erano alcuni locali e 4 cicloviaggiatori spagnoli che facevano il nostro percorso, ma in senso inverso; avevano delle bici pieghevoli perché, ci hanno spiegato, era più facile trasportarle in aereo) e quindi non era proprio pulitissima, ma l’acqua era calda e cristallina. Quindi la strada si spingeva all’interno fino a raggiungere Guantanamo.
Tutti abbiamo sentito parlare di Guantanamo in qualche film americano, eppure non è per niente turistica. La base americana è molto discreta, non la si vede affatto. La città ha un bel centro coloniale e le strade ampie confluiscono in una piazza centrale con dei giardinetti. Tuttavia i ristoranti sono pochi e sono solo quelli statali: per accedervi bisogna bussare. Veniamo accolti da dei camerieri che ci illustrano il menù ridottissimo e ci comunicano che non hanno né birra né acqua. I prezzi sono molto contenuti e il cibo buono, ma non abbondante. Quando usciamo, la piazza è animata da uno spettacolo a favore della Palestina. Mi ha molto colpito il fatto che i cubani non hanno niente, eppure si preoccupano per chi sta peggio di loro.
Tornati all’alloggio, ci siamo fermati a parlare coi nostri host che si sono offerti di farci fare una lavatrice coi nostri vestiti gratis e ci hanno spiegato le differenze tra i vari tipi di banane. Sono persone semplici, ospitali, con cui si conversa piacevolmente, cosa che insieme a tutto il resto, ha contribuito a fare di questa serata uno dei momenti più veri e intensi di tutta la vacanza.

Abbiamo faticato a convincere i nostri host a servirci la colazione il giorno dopo perché non avevano pane. A causa della crisi che Cuba sta attraversando, il pane è molto scarso. Gli abbiamo spiegato che non era importante, ci sarebbe bastato un tea o un caffè, poi noi avevamo qualche biscotto e del cioccolato. Invece con nostra grande sorpresa ci è stata servita una colazione molto abbondante con frullato, platano fritto, uova ad un prezzo davvero irrisorio.
Così siamo partiti con la pancia piena e l’umore alto. La maggior parte dei cicloviaggiatori copre questa tappa seguendo l’autopista. Sembra strano andare in bicicletta sull’autostrada, ma i cubani usano così poco l’auto che il traffico è davvero inesistente ed è la strada più facile. Ovviamente noi non possiamo fare la strada più facile e decidiamo di seguire la nostra traccia che lasciava l’asfalto e si addentrava nella riserva della Biosfera di Baconao. All’inizio era una buona strada sterrata, poi si è fatta sempre più stretta e accidentata fino a diventare una mulattiera inciclabile. Abbiamo incontrato alcune persone a cavallo che ci guardavano con aria di compatimento e ci dicevano che il cammino era “muy malo”. Così abbiamo deciso di lasciar perdere e di tornare verso la vecchia strada asfaltata. Non avevamo traccia, ma un po’ a buon senso e un po’ chiedendo a chi incontravamo, sempre spingendo le bici, siamo riusciti a riguadagnare l’asfalto. Eravamo su un altopiano verdeggiante, punteggiato di fattorie. Come al solito eravamo terribilmente in ritardo sulla tabella di marcia ed io ero pure tormentata da una fastidiosa cistite. In totale avremmo dovuto percorrere 94km e 1000m di dislivello. Non ricordo molto altro di questa tappa. Ero solo concentrata a tener duro e far passare i km. Al tramonto ci siamo trovati sull’autospista che sinceramente era l’ultimo posto dove avrei voluto pedalare col buio, ma ero così provata che non mi sono messa a questionare: volevo solo arrivare e il prima possibile. Comunque eravamo in buona compagnia: l’autospista era popolata di carretti e pedoni, noi eravamo bene illuminati e le rare automobili ci giravano bene al largo.
Alla fine siamo arrivati a Santiago di Cuba dove è finita questa avventura. L’indomani l’autobus Viazul ci ha riportato a L’Habana (questa volta senza far storie per caricare le bici) da dove siamo ripartiti per altri 3 giorni in bici verso Vinales, ma questa è un’altra storia che verrà raccontata un’altra volta.

 

INFO PRATICHE:

  • Come andare: Cuba è collegata all’Italia da diverse compagnie aeree. Noi abbiamo scelto Ai Europe perché i voli erano i più comodi e i più economici, anche se far volare le bici è estremamente costoso: costano 200€ a tratta
  • Quando andare: Cuba ha 2 stagioni, quella umida e quella secca che va da settembre a marzo.
  • Moneta: pesos cubano. E’ impossibile prelevare agli sportelli bancomat perché con la carta il cambio ufficiale è 1€=25 pesos, mentre il cambio in strada al mercato nero è 1€=300 pesos e i prezzi si basano su questo cambio. Le carte di credito non sono accettate da nessuna parte, nemmeno nei ristoranti di lusso de L’Habana. Si possono usare solo nelle tiende della catena Pan America e solo se in quel momento c’è l’energia elettrica. Occorre quindi portare con sé tutti i soldi necessari. Gli euro sono ben accetti ovunque, conviene cambiare in strada solo piccole cifre, anche perché i pesos poi non vengono più cambiati in euro, nemmeno al cambio ufficiale dell’aeroporto.
  • Internet e navigatori: quasi tutti gli alloggi dichiarano il wi-fi; in realtà non c’è quasi mai e quando c’è, non funziona perché manca l’energia elettrica. Noi avevamo acquistato una sim locale il primo giorno a L’Habana. A Cuba è vietato importare navigatori e Google maps non funziona, per cui accertatevi di aver scaricato le tracce per uso off line.
  • Mangiare e dormire: Per dormire abbiamo prenotato tutti gli alloggi dall’Italia tramite AirBnB. Cuba sta attraversando la peggior crisi dai tempi della rivoluzione e molti generi di prima necessità sono mancanti. Tuttavia noi non abbiamo mai fatto la fame, anzi in certi posti ci è stato offerto più cibo di quello che potevamo mangiare. La cosa più difficile da trovare è l’acqua minerale, anche perché molti negozi non rispettano gli orari dichiarati; conviene, quando la si trova, farne una buona scorta. Portate inoltre tutti i farmaci di cui potete aver bisogno perché le farmacie hanno gli scaffali vuoti ed è impossibile trovare antibiotici o altre medicine.
  • Strade: il mio consiglio è di cercare di stare il più possibile sulle strade asfaltate: le mappe non sono aggiornate e spesso quelle segnate come strade sterrate sono delle mulattiere inciclabili. Le strade asfaltate sono ampie e il traffico quasi inesistente; i cubani inoltre sono molto rispettosi dei ciclisti.

2 comments

  1. Bello complimenti per il racconto che spiega bene ma .. è roba da gente forte .. mi spiace leggere come è diventata Cuba .. sono stato con mia moglie trentacinque anni fa .. me la ricordo felice e solare .. mai visto un cielo così buio
    Comunque bravi e coraggiosi .. Buen camino

    • Ciao Roberto, ti ringrazio a nome di Silvia l’autrice del racconto. Anche io nel leggerlo ho trovato molti cambiamenti rispetto ai miei due viaggi precedenti (non in bici ma comunque itineranti) fatti nel 2009 e nel 2016… ad esempio nella descrizione di Baracoa, fa specie sentirla descrivere senz’anima, nei miei ricordi c’era tanta accoglienza e voglia di raccontare da parte degli abitanti. Grazie per il tuo commento. Francesca

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