AFGHANISTAN: UN LUOGO CHIAMATO WAKHAN

di Sandro Toso
Agosto 2018

Afghanistan, terra di montagne e guerrieri”  era il titolo di un articolo che, più di quarant’anni fa, mi capitò di leggere su una rivista alla quale mia nonna, donna con alle spalle un’istruzione elementare   ma curiosa di conoscere il mondo, era abbonata. Parlava di un paese sperso fra altissime montagne, dove le tribù nomadi vagavano con le loro mandrie   fra valli e altipiani, regolavano le questioni fra di loro a fucilate e si divertivano con un pericoloso sport che consisteva nel contendersi, a cavallo, la carcassa di una pecora.

Da adolescente che non era quasi mai uscito dal suo paese, fui rapito da quell’articolo, tanto da promettermi che, un giorno, in quel remoto e fantastico paese, ci sarei andato. Negli anni seguenti, sentii parlare dell’Afghanistan per le drammatiche vicende che lo sconvolsero, cose che sembravano fatte apposta per ostacolare il mio desiderio, ma che ne accrebbero ai miei occhi il fascino.

I poveri e fieri montanari respinsero l’invasione di una delle maggiori potenze militari del mondo, per poi finire sottomessi ad uno dei più feroci regimi teocratici dei tempi moderni. Ancora oggi, il turismo nella maggior parte dell’ Afghanistan è fortemente sconsigliato, ma per la fortuna di noi viaggiatori “di nicchia” esiste almeno una piccola regione di questo grande paese, il Corridoio del Wakhan, istituita nell’800 per separare l’impero russo da quello inglese, che, per la sua posizione remota, è stata relegata ad una grande povertà, ma per sua fortuna, anche preservata dalle guerre e dagli altri sanguinosi eventi.

Nel Wakhan la vita è dura, i nomadi tagiki e kirghisi che popolano le sue vallate sono impegnati con i loro animali in una lotta giornaliera contro una natura avara, e anche per il turista le cose non sono sempre facili, non ci sono alberghi né ristoranti, si può alloggiare e mangiare (quel che c’è) solo in case private che sono, al momento, le uniche strutture che si prestano ad un turismo ancora embrionale.

L’unico passaggio di frontiera con il Tagikistan è un ponte sul fiume Panj, che per un lungo tratto segna la frontiera fra i due paesi, nei pressi di Ishkashim. Attraversata la frontiera a piedi (le auto non possono transitarla) troviamo ad attenderci Safi, la guida locale che sono riuscito a contattare via Facebook, dato che, curiosamente, le comunicazioni via mail sono difficoltose in queste zone, i collegamenti internet esistono solo negli uffici statali, e il mezzo di comunicazione più efficace risulta quindi il social. Safi ha 41 anni, è di origine tagika ed è sempre vissuto in queste zone, è una persona istruita e gentile, di mentalità aperta, ma, come tutti, deve sottostare alle regole di questo paese islamico e maschilista, quando siamo in auto o al chiuso fra di noi parla con eguale amabilità a uomini e donne del nostro gruppo, ma quando siamo esposti agli sguardi della collettività rivolge rigorosamente la parola solo agli uomini…. così funzionano le cose in Afghanistan , nel 2018.

Per quanto sia in vigore una costituzione che garantisce libertà di culto e uguaglianza di genere, in ampie zone del paese le tradizioni consolidate e il timore dei gruppi estremisti (i Talebani controllano o comunque minacciano tuttora almeno metà del paese) ha un’influenza molto maggiore dell’autorità dello stato, e ce ne accorgiamo quando, a pochi chilometri dalla frontiera, giungiamo al piccolo centro di Ishkashim e ci troviamo immersi in un mondo completamente nuovo, fatto di bancarelle variopinte, uomini barbuti vestiti con abiti tradizionali e in testa il caratteristico pakol, e, purtroppo, donne che indossano l’angosciante burqa.

Nella piazzetta sterrata del paese, le donne siedono tutte insieme da un lato, sotto lo sguardo degli uomini seduti dal lato opposto, e probabilmente per questo motivo si mostrano particolarmente ritrose ad ogni approccio di dialogo, oltre che ad essere fotografate. La scena è pittoresca ai nostri occhi di turisti, anche se naturalmente ci rattrista il pensiero del suo perché.

Inoltrandoci con i fuoristrada lungo la vallata, il paesaggio diventa maestoso, le alte montagne incombono su di noi, la strada dissestata a tratti corre a filo del fiume, in altri luoghi si inerpica consentendo una visione panoramica della zona sottostante, che ricorda i disegni di un bambino con i suoi verdi prati irrigati che spiccano in maniera vistosa sul brullo territorio circostante, e, all’interno dei prati, i variopinti abiti delle donne che ci lavorano.

Qui in campagna, lontano dai centri abitati, la condizione femminile sembra migliore, le donne non portano il burqa ma abiti lunghi dai colori vivaci, in testa un velo che lascia il viso scoperto, intere famiglie, donne uomini ragazzini e anziani lavorano insieme a falciare l’erba, condurre i loro asini e cammelli con i loro carichi di foraggio o di legna o pascolare i loro yak. Anche le remore a farsi riprendere qui vengono meno, i ragazzini dagli sguardi vivaci, le donne, gli anziani dall’aspetto severo con le loro barbe bianche si offrono volentieri ai nostri obiettivi, spesso le famiglie sospendono il lavoro per mettersi in posa, sullo sfondo dei verdi campi delimitati dai muretti a secco, una realtà certamente rara in questo paese. Safi ci racconta che qui non si è mai sparato, anche durante la lunga guerra con l’Unione Sovietica che insanguinò per lunghi anni il paese queste remote valli furono un’oasi di tranquillità, le truppe russe qui stanziate e le popolazioni locali ebbero un rapporto di amicizia, e anche in seguito l’estremismo talebano non attecchì fra queste montagne, dove la gente continua a vivere la sua vita povera ma, almeno all’apparenza, serena.

Le guest-houses nelle quali veniamo ospitati sono essenziali, case dai muri di argilla nel cui locale principale si cena accovacciati per terra, sui tappeti sui quali poi si dormirà. Poco dopo cena l’erogazione della corrente elettrica viene interrotta, niente televisione e computer a riempire le serate, ma, cosa oramai quasi dimenticata dalle nostre parti, si può uscire ad ascoltare il silenzio che ci circonda, sotto il magnifico cielo stellato.

Per rientrare in Tagikistan dobbiamo recarci a rifare il visto al consolato di Faiz Abad, capoluogo della regione del Badakhshan, che si trova a circa 200 chilometri all’interno. Per arrivarci, evitiamo la più comoda strada di pianura, che ci porterebbe ad attraversare i centri di Zebak e Tirgaran, dove i talebani hanno tuttora delle roccaforti, e ci inoltriamo per un’ardua strada sterrata di montagna, che dapprima segue il percorso del Panj per poi inerpicarsi, fra paesaggi spettacolari e un poco da brivido per la mancanza di protezioni, fino ad un passo a 4.000 metri, dove un gruppo di militari di presidio, evidentemente non abituati a vedere transitare stranieri, si mostrano estremamente cordiali e chiedono di farsi qualche foto ricordo insieme a noi. Superato il passo, la strada ridiscende a tornanti verso la valle del fiume Kokcha fino a Faiz Abad, e alla fine il paesaggio sarà valso ampiamente le quasi sei ore di percorso in fuoristrada. A Faiz Abad Safi ci fa alloggiare in un alberghetto raccomandandoci di non uscire da soli, visto che la presenza di occidentali potrebbe non
essere gradita ad elementi estremisti, e ci rendiamo conto della fondatezza delle sue raccomandazioni il giorno seguente, quando, recandoci al consolato tagiko, verifichiamo di essere gli unici stranieri in giro per la città, e di attirare gli sguardi di tutti.
Ottenuti i nostri visti, ripercorriamo a ritroso la strada per Ishkashim, fra il sollievo e la contentezza di questa esperienza certamente non usuale, che certamente rimarrà per sempre nei nostri ricordi di viaggiatori.

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