TANZANIA: LE MISSIONI DI MAPANDA E USOKAMI

di Francesca Orioli
Agosto 2015

Dopo due settimane strepitose in Tanzania, dal Serengeti alla vetta del Kilimanjaro, usciamo totalmente dai circuiti turistici per raggiungere un paio di villaggi-missione nella regione di Iringa, più o meno al centro del paese. Erano anni che sognavo un’esperienza di questo genere, non tanto per spirito religioso, che onestamente mi manca, ma proprio per vivere un po’ più da vicino quelle realtà che, nella migliore delle ipotesi, ci limitiamo a immaginare mentre elargiamo qualche piccola donazione digitando il numero della carta di credito sul pc comodamente dal divano di casa.

E’ fine agosto, il viaggio in pullman da Arusha a Iringa ci mette 27 ore, invece delle ‘previste’ 10-12. All’arrivo ci accoglie suor Elisabetta, che ci dà una sferzata di energia dopo il massacrante viaggio. Con la sua jeep ci accompagna dagli amici Lucio e Bruna per una tappa ristoro, prima di affrontare le ulteriori due ore di strada sterrata che ci porteranno ai villaggi. E davanti ad un te con i biscotti e un vasetto di nutella cominciamo ad entrare in un mondo ‘buono’ fatto di umanità e cuore: Lucio e Bruna, emiliani, si sono trasferiti qui ad Iringa e dal 2007 hanno cominciato ad accudire bambini disabili, spesso considerati un maleficio dalla società e quindi abbandonati. In pochi istanti queste persone fantastiche ci raccontano il loro straordinario percorso, ci presentano i ragazzini del centro di cura diurno che hanno messo in piedi, fornendo un insostituibile supporto alle famiglie locali e contribuendo a dare lavoro ad aiutanti e insegnanti della zona. La loro storia ci ha lasciato senza parole, tornati in Italia abbiamo continuato a seguirli sul sito www.nyumba-ali.org  siamo rimasti in contatto con loro consapevoli che le donazioni verso questa onlus vanno a finire tutti in bene.

Creatività

Dopo aver toccato con mano per qualche ora questa incredibile realtà, lasciamo a malincuore Lucio, Bruna e tutti i ragazzi e proseguiamo il nostro viaggio verso Mapanda. Ma come siamo finiti qui? Sebbene non tutti particolarmente religiosi, io e il mio gruppo di amici-viaggiatori siamo particolarmente sensibili alle opere di bene, in qualsiasi forma. Attraverso la conoscenza di un sacerdote della diocesi di Bologna, un amico è entrato in contatto con questa realtà: le missioni di Mapanda e di Usokami sono nate da un gemellaggio della Chiesa di Bologna e quella di Iringa che si sono attivate nella costruzione e conduzione di un ospedale per la cura dell’aids e nella gestione delle comunità circostanti (https://www.chiesadibologna.it/chiesa-iringa-mapanda-usokami.html).

La nostra settimana è stata una delle esperienze più significative e penetranti della mia vita. Suor Elisabetta, i volontari ma anche insegnanti e lavoratori locali, orgogliosi dei loro successi, si sono adoperati per presentarci al meglio il loro mondo e il loro operato, affinché potessimo portare al ‘nostro mondo’ il loro esempio.

Suor Elisabetta, medico, ci fa da cicerone tra le sale dell’ospedale di Usokami, ci mostra le macchine donate da imprese emiliane, ci parla di aiuti pubblici internazionali, buona parte americani, affronta il tema dei drammi famigliari e psicologici che conseguono la scoperta dell’HIV, ci parla delle donne picchiate dai mariti che, poligami, hanno infettato loro stessi le mogli.

L’ospedale di Usokami

Nei giorni successivi visitiamo la scuola di Mapanda. Il preside ci mostra le aule, la biblioteca, l’attrezzato laboratorio di chimica, ci spiega la formazione delle classi e organizza pure un colloquio con i professori. Poi la scena inaspettata: ci congediamo lasciando una piccola offerta di 50 dollari a nome del gruppo. Il preside chiama fuori dalle aule tutti i ragazzi, li raduna in giardino e mostra a tutti con fare solenne la donazione ricevuta stringendo la mano al nostro portavoce Paolo che sta sprofondando dalla vergogna.

Ora di pranzo a scuola

Una giornata è dedicata all’orgoglio ingegneristico della regione: la diga e l’annessa centrale idroelettrica. L’ingegnere capo ci racconta con trasporto tutte le caratteristiche tecniche e ci mostra, alla faccia della sicurezza, le turbine, le valvole, i generatori, tutti rigorosamente in movimento. La fierezza dell’ingegnere di mostrarci l’opera e la possibilità di vedere i macchinari in funzione ci ha letteralmente rapito.

Nei nostri giorni di permanenza nel villaggio di Mapanda diventiamo lo spettacolo insolito per gli abitanti: in paese ci guardano strano, i bambini più piccoli sono spaventanti e incuriositi allo stesso tempo dalle nostre facce strane, scappano, si nascondono ma appena ci allontaniamo ci seguono. In una baracca-negozietto chiedo di comprare un catino e la ragazzina mi guarda e ride. Darei qualche soldo per i suoi pensieri.

Per le vie di Mapanda

La nostra settimana nelle missioni ci ha messo di fronte a tanti temi e ci ha regalato un’esperienza incancellabile. La vita li va a rilento, sembra di vivere la giornata in un museo della civiltà contadina: solo per preparare la colazione serve un’oretta tra accendere la stufa, andare a prendere l’acqua dal bidone (raccolta la sera prima dal pozzo dell’acqua potabile e filtrata ulteriormente con una garza), metterla a bollire. Per la ‘grigliata’ ci troviamo a squartare la carne dalla cotenna e ad improvvisare la produzione di ciccioli per non buttare via niente. Quello che noi diamo ogni giorno per scontato qui ha un valore incalcolabile.

Le meravigliose ceste di produzione locale

Grazie alle conversazioni con tutti i volontari che prestano lì la loro opera capiamo anche meglio i diversi modelli di assistenzialismo che si sono succeduti: l’ospedale di Usokami, per quanto dia lavoro anche a medici locali, campa solo grazie agli aiuti internazionali, per cui purtroppo è una forma di assistenzialismo non sostenibile. Invece Mapanda, con la costruzione del pozzo per l’acqua potabile e l’avvio di mestieri legati alle risorse del luogo, è sostenibile in quanto si basa proprio sulla sola forza lavoro locale. L’interessante conversazione con padre Francesco (un po’ Guccini anche fisicamente) si inoltra anche nelle ‘bugie’ che vengono raccontate dalle onlus per raccogliere fondi, di come per ragioni di marketing si tenda più a mostrare bambini malnutriti per procacciare donazioni anziché dire che il soldo in realtà serve per pagare gli stipendi di tutti i lavoratori locali che mandano avanti la comunità, dei medici che fanno funzionare ospedali, degli insegnanti che infondono cultura. Quante cose ho imparato in questa settimana meravigliosamente umana. Un’esperienza che auguro a tutti.

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