DALLE FALDE ALLA CIMA DEL KILIMANGIARO

di Francesca Orioli
Agosto 2015

Il percorso lungo la Marangu Route, consigli per la tappa più dura, quella degli ultimi 1.200 metri di dislivello ad altitudini estreme. Pensieri e sensazioni.

Salire sul Kilimangiaro significa raggiungere Uhuru il picco più alto del Kibo, che insieme alle altre due vette, il Mawenzi e lo Shira, forma il complesso vulcanico e la cima più alta d’Africa, a 5.895 m s.l.m.

Ammetto che senza una buona dose di incoscienza nell’accettare la proposta di amici, questa avventura probabilmente non sarebbe mai iniziata, ma sono orgogliosa di averlo fatta.

Le vie d’accesso per la salita sono diverse, io ho percorso la Marangu route, detta anche Coca Cola Route. Esiste anche la Whiskey Route e questo fa capire che non sono poi così eroica e che i veri duri possono trovare ben altro filo da torcere.

Il percorso di per se non è per niente difficile e si fa tranquillamente, almeno fino all’ultima notte di salita. Si tratta di circa 4.200 metri di dislivello, ma sono ‘solo’ gli ultimi 1.200 che si percorrono l’ultima notte che fanno penare. E’ quello il momento più duro, la notte che ti mette veramente alla prova e che merita un discorso a parte in termini di condizioni fisiche, abbigliamento tecnico e predisposizione mentale.

Due parole subito sul tema delle condizioni fisiche, riguardo l’abbigliamento ne parlerò man mano e sulla predisposizione mentale sarà sufficiente il racconto dell’ultima notte di salita.

Se l’allenamento fisico per affrontare l’escursione non necessita di particolari caratteristiche, è invece fondamentale valutare la propria reazione all’altitudine estrema. Io avevo già sperimentato il mio fisico in Tibet, Perù e Bolivia e dopo molti approfondimenti medici avevo provato ‘sua maestà il Diamox’, un farmaco diuretico che aiuta ad affrontare il mal di montagna e che è prescrivibile dal proprio medico di base. Con l’altitudine non si scherza, le conseguenze possono essere molto ma molto pericolose ed è bene che ognuno si informi col proprio medico.

Tempi e costi della Coca Cola Route

La salita e la discesa, che hanno una durata complessiva di 5 o 6 giorni, non si fanno in autonomia, ci si deve appoggiare a guide locali. Il costo è parecchio elevato, considerate non meno di 1700-1800 dollari (volo escluso) comprensivo di ingresso al parco, guide-accompagnatori, portatori, pernottamenti nei rifugi, pasti, mance obbligatorie. Ti senti un po’ l’europeo ricco da spennare, probabilmente riusciranno a rifilarvi qualche portatore in più non necessario (magari non c’è neppure fisicamente ma bisogna pagarlo…tanto non puoi fare l’appello ogni giorno), ma credo sia abbastanza inevitabile.

Ecco come si snoda la Coca Cola route:

Primo giorno: dal Marangu Gate a 1.700 metri al Mandara Hut a 2.720 metri. Una bazzecola. Immersi nell’umido della foresta, ci si sente un po’ come in un bagno turco fresco, si sale in tre ore, distanza 8 chilometri senza nessuna difficoltà.

Paesaggio: foresta tra i 1700 e i 2700 metri

Secondo giorno: dal Mandara Hut all’Horombo Hut a 3.700 metri. Paesaggio di brughiera, la nebbia lascia spazio al cielo, gli arbusti si abbassano e compaiono i curiosi ‘senecio’, una sorta di mega piante grasse con foglie spesse, protagoniste di ogni foto. Distanza 11 chilometri, 5 ore tranquille, nessuna difficoltà e intanto il fisico comincia ad abituarsi all’altitudine. L’abbigliamento è ancora ‘nella norma’, i soliti strati che un camminatore ‘poco più della domenica’ trova tranquillamente nel proprio armadio.

Sopra le nuvole a 3700 m

Terzo giorno: è altamente consigliato un giorno supplementare qui a 3.700 m per favorire l’acclimatamento. Se dal rifugio si vede un frammento ‘monco’ del Kili, basta fare un’escursione verso le Zebra Rocks per vederlo in tutto il suo splendore.

Quarto giorno: da Horombo Hut a Kibo Hut a 4720 metri. Deserto d’alta quota, 9 chilometri, 5 ore. Salgono in maniera proporzionale la quota e la tensione per l’ultimo tratto, quello che si affronterà di notte per raggiungere la cima. Passo dopo passo ci si rende sempre più conto che finora si è scherzato: alle falde del Kibo si capisce benissimo che tirata si dovrà affrontare l’ultima notte, lo strappo dei 1200 metri che preoccupa la mia mente, e non solo la mia. Certo le barelle in ferro lasciate ogni tanto ai lati del percorso e le facce di chi si incontra in discesa non risollevano gli animi.

Paesaggio: deserto di alta quota

Arrivati al rifugio scattano i preparativi per la ‘salitona’, si recupera il ‘bagaglio da ultima notte’ dai portatori con tutti i paramenti necessari. La mia lunga lista era così formata: calzamaglia, pantaloni intimi termici, pantaloni da trekking pesanti, calzettoni da sci termici, maglia termica ‘catarifrangente’ (quelle con la patina argentata rivolta verso la pelle per trattenere il calore, che se la girate a rovescio Priscilla la regina del deserto vi fa un baffo), altra maglia tecnica da trekking a maniche lunghe, micropile, pile pesante piumino termico sempre con interno ‘argentato’, antivento in goretex, passamontagna, sciarpa, berretto, guanti e sottoguanti. Ovviamente scarpe da trek invernali, bacchette e frontalino con pile nuove (starà acceso circa 6 ore di fila).

Nello zaino per l’ultima notte non devono mancare pasticche energetiche, barrette e un termos per l’acqua per evitare che congeli. Anche un po’ di parmigiano e della frutta secca non guastano.

Al Kibo si cena alle 5 del pomeriggio, dopo aver preparato il preparabile per affrontare la salita notturna, ci si butta in branda qualche ora. C’è chi riesce a sonnecchiare nelle grandi camerate fredde ma i più fanno rimbalzare i pensieri: avrò abbastanza strati addosso? Il fisico reggerà? Le gambe, la testa, i cali di zucchero? La mia nonna diceva ‘pensala male che andrà bene’, parole sacrosante che finora mi hanno sempre portato del buono.

La ‘Notte’ tra il quarto e il quinto giorno: alle 23 tutti giù dal letto, è pronto il tè con i biscotti per l’ultima scorta di energia. Tutti gli strati possibili addosso e si esce. Le nostre guide ci mettono in fila indiana, prima le donne. Se i termini ‘pole pole’ (piano piano) nei giorni precedenti venivano detti per favorire l’acclimatamento, ora il leit motiv diventa strumento di sopravvivenza. Si cammina lentissimi, passi piccolissimi. Ognuno è a ridosso dell’altro e vede solo gli scarponi e lo zaino di chi sta davanti. Sembriamo carcerati ai lavori forzati. Pensiero fisso su ‘ma chi me l’ha fatto fare’. E’ buio pesto, i passi sono illuminati dai nostri frontalini, ma il cielo è stellato, e meraviglioso. E le stelle sembrano continuare sulla parete del vulcano, tanti frontalini di matti come te che sono più avanti, o perché sono partiti prima o perché sono più veloci. Ma non importa, ci sei solo tu con i tuoi pensieri a pensare a questa assurda impresa. Rimango indietro di qualche passo per soffiarmi il naso, cerco di recuperare accelerando di un milionesimo di secondo il passo ma mi gira la testa. Non si fa. Calo di zuccheri e mi accascio un attimo. Bomba calorica, barretta e si riparte. Pole pole. Non si riesce a formulare neanche un pensiero sensato, costerebbe energia. Per cui si va avanti come muli sul sentiero irto e ghiaioso, fai un passo, torni indietro di mezzo. Una tazza di tè caldo portato dalle guide diventa la più grande gioia. Le ore passano, lente lentissime, pole pole. Prima meta il Gilman’s Point il punto all’inizio del cratere, m.5.685, 4 km dal Kibo Hut, tempo previsto 5 ore. Ce ne mettiamo 6, tranne tre compagni che si sono staccati dal gruppo per andare più veloci. A pochi passi dal primo traguardo il cielo nero comincia a sfoggiare una sottile linea rossa. Mi fermo, tiro fuori la macchina. Sento tutta la fatica fisica addosso e anche quella mentale per impostare le condizioni di scatto. Rimango un po’ indietro. Fa niente, ormai ci sono. Quasi. L’ultimo pezzo è roccia, ancora più fatica ma le foto le devo fare. Oltre al cielo si comincia a rischiarare anche la mia mente che arriva a chiudere al massimo il diaframma della Nikon per far uscire l’effetto stella…ancora oggi mi sembra impossibile aver avuto quel momento di lucidità. Ormai è luce a giorno, sopra la testa vedo il mio gruppo, sono quasi tutti arrivati. Ci abbracciamo, è gioia, è soddisfazione, è foto ricordo, ma non è ancora finita. Fatto 30 devo fare 31, c’è ancora il bordo del cratere, altri 200 metri di dislivello. Ma c’è la luce, e questo per me è tanto, e il sole che comincia a scaldarmi, e questo per me è ancora di più. A 100 metri dal cartello ‘Congratulation. Uhuru Peak Top of Africa m. 5.895’ mi metto a piangere, da sola. Ce l’ho fatta. E’ una sensazione indescrivibile. Quello che è intorno a me non è il paesaggio più inusuale o il più bello della mia vita ma è una delle soddisfazioni più immense. Un patto con se stessi, l’aver raggiunto quello che si credeva irraggiungibile, l’impossibile. E’ tutta una questione di testa, non provare a convincere qualcuno dicendo che hai fatto una fatica immensa, hai patito il freddo, hai speso un sacco di soldi…si il paesaggio è mozzafiato ma non è neanche un decimo dello Yellowstone che visiti tranquillamente in macchina. Ma è una cosa ‘tua’, una tua asticella smarcata, una sensazione che si capisce solo provandola. E l’abbiamo provata tutti all’arrivo stringendoci in abbracci e piangendo come fontane.

Congratulazioni a me

Quinto giorno: visto che siamo stati un po’ lenti rispetto alla media, non c’è troppo tempo per ciondolare e si comincia la discesa. E’ prevista la ‘scorciatoia’, per evitare lo zig zag della salita: si scende dritti per dritti nel versante franato. Con la polvere nei denti e nei sensori delle macchine fotografiche arriviamo al Kibo Hut, pausa di rifocillamento e si riprende per l’Horombo Hut. Giornata infinita, più di 15 ore di cammino, 1.200 metri di dislivello in salita e 2.000 in discesa. Ma memorabile.

Sesto giorno: Ormai è fatta, con le gambe a pezzi, le unghie dei piedi che ormai sono un tutt’uno con la scarpa, si affrontano gli ultimi 2.000 metri di dislivello in discesa. Rifacciamo tutte le foto dell’andata con più sole e meno pensieri assillanti, incoraggiamo gli avventurieri che incontriamo, firmiamo il registro alla fine del nostro percorso chiudendo il sipario su un’esperienza incredibile.

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